lunedì 23 settembre 2019

Koufunissi, Amorgos e Folegandros






Arcipelago di Koufunissi


L'arcipelago di Koufunissi



Ano Koufunissi

Il nostro viaggio verso l'arcipelago di Koufunissi inizia da Naxos, dal cui porticciolo (Volakas) ci imbarchiamo prendendo un taxi-boat. Sarà il capitano Kostas Prassinos a sfidare un mare forza sei per condurci fino ad Ano Koufunissi, isola minuscola e paradisiaca: non più di trecento abitanti per circa 4 km quadrati. Nel tardo pomeriggio agostano l'isola ci appare sonnacchiosa, immersa in un'atmosfera rassicurante. La Chora è situata alla sinistra del porto, per chi sbarca: minuscola, deliziosa, ricca di negozietti e in leggera salita fino alla chiesetta di San Giorgio, il cui campanile s'allunga contro il cielo azzurro. L'esplorazione dell'isola inizia il giorno successivo. Il mare che bagna Koufunissi è incantevole, da togliere il fiato. E' il simbolo di una vita libera, a piedi nudi, senza orpelli. L'isola è un'enclave italiana: si sentono per lo più accenti del nord Italia, milanesi, bergamaschi. Ci fermiamo in una piccola caletta della spiaggia di Platia Pounta. La costa ad est dell'isola, da sud a nord e fino alla spiaggia di Pori, è un susseguirsi di incantevoli scenari: mare argenteo, sabbia fine, fondali di cristallo. Platia Pounta è detta anche  l'italida, in onore di un'italiana che vi comprò casa diversi anni fa. Le spiagge di Ano Koufunissi, a fine agosto, appaiono ancora affollatissime. A Pori ci sono due taverne per chi desidera rifocillarsi ma nessun lido, come d'altronde in tutta l'isola. Se, da Pori, desiderate rientrare nella Chora usando un mezzo comodo, potrete prendere un bus al prezzo di E. 2,50 a corsa. Le varie calette ad est di Koufunissi sono raggiungibili anche col barchino, al prezzo di E. 5,00 per l'intera giornata.


Kato Koufunissi
Kato Koufunissi

Barchino che, il giorno dopo, ci conduce a Kato Koufunissi, il paradiso dei naturisti. La lunga spiaggia di Nero è parzialmente occupata dalle tende dei campeggiatori che vi trascorrono la notte. La sabbia è scura e le nuotate molto piacevoli. Ogni tanto, dalle rocce, arriva il belare sordo delle capre e il raglio di un asino: sono loro, assieme a qualche cordiale pastore, i soli abitanti di questo impervio paradiso, unitamente con i proprietari delle pochissime case presenti sull'isola. Il barchino, durante tutto il giorno, consente gli spostamenti da una spiaggia a un'altra. Una delle più incantevoli, sicuramente, è quella di Laki, che si raggiunge superato l'unico ristorante dell'isola, di fronte alla Chiesa di Santa Panagia, che si scorge in lontananza. Laki è una piccola lingua di sassi che digrada verso il mare, aprendosi su un'acqua verdazzurra davvero bellissima. Nel viaggio di ritorno da Kato Koufunissi, lo sguardo è calamitato dall'isola di Keros. Alta, imponente, si inarca verso il cielo, arida e maestosa. Fu rifugio di naviganti, pirati, trafficanti, e nascondeva un grande numero di reperti dell'era cicladica. Alcuni, oggi, sono custoditi nel museo di Atene, mentre altri fanno parte di collezioni private. Purtroppo, però, la maggior parte è stata  trafugata. Cosa rappresentò Keros, nell'antichità? Dopo trent'anni di scavi, gli archeologi ancora se lo domandano. Una necropoli o, piuttosto, l'isola dove avevano luogo riti propiziatori in favore delle divinità?  Di recente, si è scoperto che il contiguo isolotto di Daskalio era stato trasformato dalle popolazioni cicladiche in un vero e proprio altare terrazzato, ricoperto di scintillante sabbia bianca e dotato di canali di scolo. Il piccolo arcipelago di Koufunissi merita almeno tre giorni di visita: è un mondo perfetto, rasserenante. Stanno aumentando le strutture ricettive e si mangia bene ovunque. Speriamo che il turismo resti sostenibile e che i visitatori abbiano, verso questi isolotti, il rispetto che meritano. Per dormire, noi abbiamo scelto una struttura alberghiera a trecento metri dalla Chora, ma Ano Koufunissi è talmente piccola che non si hanno problemi a girarla con i mezzi pubblici. Due sono i supermercati, entrambi ben forniti, uno di questi è a due passi dal porticciolo, e un ATM è presente nella Chora. Leggenda vuole che l'effetto rassicurante di questo arcipelago sia opera proprio della disabitata, contigua isola di Keros, capace di irradiare la sua misteriosa energia alle isole vicine...
Vista su Amorgos
Amorgos

Sapevo che mi avrebbe intrigata. Odore di liquirizia, ginepro. Terra brulla, scoscesa. Lungo il tragitto dal porto all'hotel, le capre ci osservano dai declivi, ruminando indifferenti. Neanche 2000 abitanti per una superficie di 126 km quadrati. E' la Grecia aspra, complicata, scomoda, di cinquant'anni fa. La spiaggia di Aegiali, al mattino presto, è immersa in un silenzio sonnacchioso. Elusiva, riservata, indolente, è così che appare l'isola appena si sbarca nel porto di Katàpola. Raccatto, tra la sabbia, mozziconi di sigaretta, tappi di bottiglia, il piede di una bambola rotta, cerotti. E' la nostra oscena modernità. Dinanzi a noi, l'isolotto di Nikouria si staglia come un faraglione. Amorgos è terra abitata da epoche remote, approdo di pirati, più turca che greca, luogo di esilio sin dall'epoca dei Romani. E' luogo impervio, scontroso, sfugge alle definizioni turistiche. Alla destra del porto di Aegiali, il secondo dell'isola, la spiaggia si allunga per circa un chilometro. Costeggiata da diving center, bar, sdraio, ma anche da belle taverne arredate in modo semplice, in certi tratti appare davvero inattuale, lontana dal presente. A Tholaria, uno dei borghi di Aegiali, si può mangiare da O Choreftis, trattoria contigua a un disordinato mini-market, la cui proprietaria ti fa strada nella cucina e ti mostra il pasto del giorno: moussaka, imam (pasticcio di patate e melanzane), capretto in umido, dolci ottimi.
O choreftis
Il lato a sud-est dell'isola (Katotarivissa) ha sicuramente il mare più bello: acqua cristallina, fondali chiari. Nella baia di Aegiali (certo meno rurale, meglio servita) le grosse navi attraccano con un suono roboante, scaricando diligenti turisti in fila indiana, auto e camion, mentre le onde si rovesciano sui bagnanti. Vale sicuramente la pena, dunque, lasciare questa zona (dove io, tra l'altro, non pernotterei) e dirigersi verso Agia Anna, il luogo che ispirò a Luc Besson il suo "Le grand bleu". La discesa è ripida e la spiaggia minuscola: ma il mare è stupendo.
Da Agia Anna è possibile raggiungere il Monastero di Hozoviotizza, che vale tutta la notevole scarpinata. All'interno, il turista è accolto dal barbuto patriarca, pronto ad offrire lukumi e liquorino locale. Si entra solo se dotati di pantaloni o gonne lunghe, che vengono gentilmente offerti dalla casa. Se poi si desidera fare un bagno meraviglioso, bisogna raggiungere da Katàpola, col barchino, la spiaggia attrezzata di Maltezi (E.4,00 andata e ritorno), dove il mare è limpidissimo e un ombrellone e due lettini si possono fittare ad appena E.8,00.
Tramonto su Katàpola
La Chora di Amorgos (alcuni italiani la chiamano ciora, dimenticando perfino il greco scolastico) è una tappa obbligata. I mulini e il Castro che la sovrastano la rendono davvero particolare, forse una delle più belle delle Cicladi. Di notte s'accende e diventa ancora più affascinante. Localini, negozietti, bar, ristoranti, un dedalo labirintico di vicoli tra i quali esplodono centenarie bouganvilles, abbarbicate alle case imbiancate a calce. Noi abbiamo mangiato (bene) da Transistoraki, ma c'è solo l'imbarazzo della scelta...Dove dormire ad Amorgos? Per la vita notturna, suggerisco Aegiali, ma io - che amo un altro tipo di suggestioni -  opterei per la Chora ed eviterei le strutture isolate. Altrimenti, si può scegliere Katàpola - che, di sera, si spegne un pò - perché, dal porto,  si possono raggiungere le spiagge più belle dell'isola. Noi abbiamo dormito dalle parti della spiaggia di Agios Pavlos, che non ho amato particolarmente (è, più che altro, un lembo di sassi che si spalma verso il mare). Omero definì Amorgos l'isola nuda. Attraversata dal lungo altipiano che la domina, è appena addolcita da strette valli alluvionali. Il paesaggio è arido, quasi inospitale e questo spiega perché fu scelta, nei tempi passati, quale luogo di esilio. Appartiene al vento, alla storia e, soprattutto, ai suoi abitanti. Si può forse non amarla, ma di certo non lascia indifferenti. E' un'isola scomoda, per niente raffinata (né vuol esserlo), un pò sciatta, selvatica, piena di salite e discese impegnative. Non è rassicurante, non strizza l'occhio al visitatore. L'acqua del suo mare varia dal verde al blu scuro e le onde si infrangono sugli scogli mostrando i loro denti. Il paesaggio di Amorgos sembra passivo, ma nasconde un'attesa vigile, silenziosa, sospesa.
Folegandros
Folegandros

Folegandros dista da Amorgos circa due ore di navigazione col catamarano. La zona del porto appare, al turista appena sbarcato, tranquilla e ordinata. Come siamo lontani, qui, dal caos soffocante di Santorini! Qualche bar, una piccola chiesa, un mini-market, pochi ristoranti, piccole strutture ricettive. L'acqua è limpida e, sulla spiaggia, i bambini fanno tuffi da una piattaforma, piccoli gridolini riempiono l'aria. Alle spalle del porto, la spiaggia di Vardia si raggiunge scendendo una comoda scalinata. Il mare è agitato e la sabbia si solleva dal fondale. Poca gente, il fine estate qui si presenta placido ma ancora carico di aspettative. La Chora di Folegandros è tra le più belle delle Cicladi ed è uno sviluppo dell'insediamento risalente al periodo della dominazione veneziana di Marco Sanudo (XIII secolo d.c.). Labirintica, si schiude sul Castro, l'antico castello costituito dalle case degli isolani, che vi si difendevano dalla incursioni dei pirati. Negozietti eleganti, bar, le piazze con gli alberi centenari a fare ombra ai tavoli degli innumerevoli ristoranti. Tantissime le chiesette, praticamente ad ogni angolo, tanti gli italiani, maglioncino sulle spalle e bermuda. Le spiagge a nord est dell'isola non sono indimenticabili. Lasciate la zona del porto e vedrete apparire la grande bellezza prendendo un barchino (al costo di E.6,00 al giorno, andata e ritorno) da Agali (mare molto bello anche qui, se desiderate fermarvi). Potrete così raggiungere le due spiagge di Aghios Nikolaos e Livadaki, quest'ultima davvero splendida, di culto, come si usa dire. 
Aghios Nikolaos
Fate così, raggiungete prima la seconda e poi, dopo un paio d'ore, fatevi portare ad Aghios Nikolaos a mangiare una bella insalata greca al suono del sirtaki: qui il mare - stupendo - è più accessibile anche se la spiaggia non è attrezzata (come su tutta l'isola). Di sera, godetevi il tramonto ad Ano Meria, il vero centro abitato di Folegandros, i cui settecento abitanti vivono di agricoltura e pastorizia, in completa autosufficienza. Il sole non tramonterà nel mare ma sull'isoletta di Poliegos e, più dietro, sulla meravigliosa Milos.
Sullo sfondo, Milos
Ad Ano Meria (che è, in sostanza, un agglomerato di case, un c.d. filamento urbano) non si può mancare una sosta da Sinadisi, storica taverna dove è possibile mangiare la famosa matsata, pasta condita con formaggio di capra aromatizzato e sugo di carne a scelta. Nella Chora, chiusa da un lato da una scogliera alta 200 metri,  troverete, limitrofo al Castro, un bar storico davanti al quale siedono le persone anziane del luogo. Tutto il Castro - che è, in realtà, la vera Chora - è un luogo suggestivo rimasto intatto e abitato per secoli. Sulle pareti delle case è ancora possibile scorgere delle feritoie, un tempo usate per difendersi dai nemici.
Verso Panagia

Al mattino potrete, col fresco, raggiungere la Chiesa di Panagia, dedicata alla Vergine Maria e simbolo di Folegandros, edificata probabilmente su un antico tempio pagano. Il suo corpo attuale risale comunque al tempo della dominazione veneziana e la vista che vi si gode è davvero imperdibile. Le spose la raggiungono a dorso d'asino, i capelli intrecciati col grano. Altro luogo che merita senz'altro una visita è il Museo del Folklore, che si trova lungo la strada per Ano Meria. Cercate con calma le indicazioni, perché non sono facilmente visibili. Si tratta di un'antica farm house che ha resistito intatta nel tempo e che dà l'idea di come si vivesse sull'isola cent'anni fa. Completamente autosufficiente nella produzione di olio e di formaggio e nella lavorazione del frumento, la casa conserva, al suo interno, gli arredi, i quadri, gli abiti, le fotografie e le suppellettili del periodo.
Museo del Folklore
Folegandros si gira a piedi - scarpe da ginnastica e un buon allenamento - o con le due linee di autobus che percorrono l'isola. Altrimenti, si possono fittare auto o scooter. E' un'isola placida, accogliente, pulita, di una bellezza timida e magica che non si dimentica facilmente. Il giorno della partenza, dopo circa un'ora di traghetto, raggiungiamo Santorini, da cui prenderemo l'aereo per Napoli, con già dentro la nostalgia dei posti, della luce, e un 'grazie', anzi, un efcharisties,  in fondo al cuore.

 








venerdì 9 agosto 2019

Inganno, di Philip Roth

Philip è uno scrittore molto noto, ha circa cinquant'anni e una vera passione per le donne. Le seduce - sua moglie pare non avere sospetti - ma è soprattutto attratto dalla loro mente. Ha una giovane amante da cui è molto preso, una donna spigliata, diretta, intelligente. 

Si incontrano, vanno a letto assieme, parlano della loro vita, del paese in cui vivono, delle cose che accadono.


Tutta qui la trama di "Inganno", romanzo coinvolgente, dal retrogusto amaro, scritto alla maniera di Roth, discorsivo, illuminante, franco. E' la storia dell'adulterio consumato da una trentenne e da un uomo maturo, all'insaputa dei rispettivi partners. 
Philip è un uomo simpatico. E gentile. E' anche un amante appassionato, un uomo complicato, un infedele cronico. Vede anche altre donne, ma la mente di questa giovane amante lo attira più del resto. Le fa un sacco di domande. Vuole capire cosa la leghi al marito. Chiede, ma non si svela. Lei - l'altra protagonista della storia - è prigioniera di un matrimonio avvilente e dei ruoli che una moglie di solito finisce con l'incarnare: amante, amica, madre, nuora. Ed è stanca, annoiata. Suo marito ha un'amichetta e lei non ha il coraggio di divorziare. 

Philip c'è, si incontrano nello studio di lui: scrivania, sedia, poltrona, un computer e un tappetino dove lui - che soffre di mal di schiena - fa esercizi e incontra l'amante di turno.

Sono dialoghi serrati - prima e dopo gli amplessi. Dialoghi sinceri, che non chiedono nessun filtro, tra due adulterini stanchi delle loro finzioni quotidiane, con compagni a cui sono legati da qualcosa che forse ha a che fare con l'affetto, forse con la paura, o l'abitudine.
Il romanzo fu causa di una profonda crisi tra Philip Roth e la sua compagna di allora, Claire Bloom, crisi che si concluse con un frettoloso matrimonio e un subitaneo divorzio. Claire chiese a Roth di cambiare almeno il nome del protagonista del romanzo, ma lui non volle saperne, negando recisamente che il fedifrago scrittore del racconto fosse lui. Anni dopo, Claire svelò, nella sua autobiografia, di aver scoperto che quella donna esisteva  e che era una vicina di casa con la quale Roth aveva intrattenuto per anni una relazione.
"Inganno" è la cronaca di una bugia, che coinvolge anche il lettore. E' la storia di un malinteso molto beninteso tra un uomo e la sua compagna. Una vicenda nella quale, forse, l'unica sincerità possibile è quella che riguarda proprio i due amanti e i loro discorsi: perchè non è di amore, che si parla, ma di quel che resta e di quel che si vuole conservare e preservare di sè, della propria autenticità.

- Cosa pensi di questa storia?
- Che non c'è nulla di più transitorio.

Alla fine della lettura, resta un senso di disperata malinconia, il sapore agro-dolce di una sconfitta, il senso della profonda solitudine di ogni vita e un vuoto di illusione in cui risuonano le parole del solo finale possibile.

 - Okay. Mi mancherai. Mi mancherai molto.
- Anch'io ti penserò spesso.
- E' davvero un gran peccato per noi due.
- Conosci quella poesia di Marvell?
- Quale poesia?
- "Fu generato dal desiderio a dispetto dell'impossibilità". Quella poesia.
- Mi pareva che fosse "disperazione"... "generato dalla disperazione".
- E' vero: è stato così. Tutte e due le cose.



sabato 3 agosto 2019

"L'animale morente" di Philip Roth, secondo Antonella Rosa


"Consumami il cuore: malato di desiderio / e avvinto a un animale morente / non sa più cos'è / e accoglimi / nell'artificio dell'eternità". Il bel titolo del libro trae spunto da alcuni versi del "Byzantium" di W. B. Yeats. 

Il professor Kepesh e le sue ossessioni erotiche. Il dominio sul corpo, la sottomissione al corpo, il tempo che (s)fugge, la lussuria come merce di scambio per non sentirsi soli, l'amore come malattia, il sesso come antidoto alla morte, masturbazioni ritmate da sonate classiche e grandi romanzieri.



È un monologo con la propria coscienza, quello che Roth costruisce con questo romanzo, una fragilità emotiva che va a braccetto con la perversione di "sentire l'intensità di ogni ultima grazia perduta. Di essere vecchio, ma in un modo nuovo". 

Sullo sfondo, la questione politica americana e cubana, solo sfiorata, mai approfondita. 
Roth non mi cattura, mi annoia a tratti, tuttavia il finale non mi lascia indifferente.
"Pensaci. Rifletti. Perché se ci vai, sei finito". 
Esiste un potere più grande del desiderio che ci rende vivi?
Antonella Rosa

#Leggeremetteleali

Nella foto, Antonella 

Philiph Roth | L'animale morente | Einaudi Super ET, 2018 

lunedì 22 luglio 2019

Gabriella's home



(Quanto sono importanti, le case? Tanto. Esse dicono moltissimo di chi le abita o le abbia abitate in passato).






E' un po' di tempo che condivido con alcuni amici ed amiche tante riflessioni sulla lettura. Leggere da soli non è sufficiente, non lo è affatto e ne sono sempre stata convinta. Occorre rileggere assieme e cercare, con umiltà, spunti che non avevi afferrato. Comprendi allora come la pagina scritta, nel momento in cui fa i suoi passi nel mondo, non sia più di nessuno e di come, al contempo, appartenga a tutti. Può essere plasmata e vissuta in modo differente a seconda di chi vi si avvicini.


Gabriella trascorre gran parte delle sue estati in una villa che è, di per sé, un mondo.
E' una casa adatta a chi legge, un luogo, come dice lei, in cui 'to stay'.


Nell'incavo degli anni




Chiara e Gabriella


Foto di Antonella Rosa

Foto di Antonella Rosa

Da Gabriella (appassionata lettrice, grande gusto, preciso senso della bellezza), ci sono quadri, foto di viaggi, ricordi di famiglia, cappelli di paglia, cesoie per fiori da recidere, grandi vasi nei quali raccogliere la lavanda. Una pergola carica dei rami di un glicine trentennale.  Accoglienti divani, collezioni di ceramiche, cuscini, un vecchio stereo. Un'ampia cucina a forma di elle, con vista sulle montagne. E un grosso tavolo intorno a cui sedersi a leggere, a scrivere, a discutere.

La nostra Antonella

Mobili di recupero e lavanda



"To stay"

Foto di Antonella Rosa

Foto di Antonella Rosa

Foto di Antonella Rosa

La pergola


In un luogo così bello, ho pensato, uno scrittore potrebbe mettere mano a un romanzo che non parteciperà (per citare Philip Roth), ad alcun concorso di bellezza morale.

Foto della Birmania

Un romanzo, piuttosto, che parli di persone e di rabbie, di inciampi e di noia.

C'è bisogno proprio di pace e di distanza, io credo - la stessa che si respira qui - per provare a guardare bene nelle passioni e nelle cose della vita.



#Leggeremettele ali

mercoledì 3 luglio 2019

Philip Roth: "Mi sono arreso alla scrittura"



E’ stata messa in vendita, a New York, la casa di Philip Roth.

150 metri quadri di sobria eleganza, nessun orpello, una scrivania contigua al salotto, un leggio, un fax, la poltrona di pelle nera dove pare amasse sedersi a leggere. Dalla casa, dopo la sua morte, non è stata portato via nulla. Le sue ciabatte, i maglioni in perfetto ordine nell’armadio. I potenziali acquirenti passano in rassegna le stanze e tutte le sue cose, gli oggetti di uso quotidiano, lo spazzolino da denti.

Ho cercato in rete le immagini dell’appartamento (con vista, impagabile, su Manhattan), con la curiosità di chi vuol vedere chi fosse veramente Roth, scrittore che, come pochi, ha attirato sulla sua vita privata sempre molta curiosità. Nel suo “Perché scrivere?” (Einaudi Editore), uscito postumo (che contiene molte domande e riflessioni – ma nessuna risposta – sulla letteratura), non si comprende quale, secondo lui, debba essere il confine tra autobiografia e finzione. Se, cioè, una vita scialba abbia davvero bisogno di essere reinventata di sana pianta sulla pagina scritta (i genitori di Portnoy non furono i suoi, Roth lo ha sempre ribadito), o se, invece, sia impossibile non raccontare la storia “più vera che sia conosca”, ossia la propria.   

Chi è stato davvero Roth? Il nichilista misogino (che la sua ex moglie, Claire Bloom, ha demistificato nella propria autobiografia), o solo il grandissimo talento letterario a cui non è stato mai tributato il Nobel? Pare che le donne gli piacessero non poco. Lo hanno descritto incapace di relazioni durature (dopo diciotto anni di convivenza con la Bloom, decise di chiudere e di andare a vivere da solo), che fosse infedele, ossessionato dal sesso, affetto da dongiovannismo, malato di solitudine. Nel bellissimo “Perché scrivere?” viene fuori, tra le righe, l’immagine di un uomo essenzialmente tormentato dal demone della parola scritta, che triturava, ruminava, eliminava, seduto per ore dinanzi a un vecchio ‘Dell’ da cui si staccava solo per mangiare qualcosa, o per leggere. Un uomo che non trovava pace, attratto troppo dalle donne per non farne l’oggetto (vituperato alquanto) della propria arte e per non finire con l'odiarle (la sua prima moglie si fece sposare fingendosi incinta, dopo avergli mostrato il campione di urina di un’altra donna).

La scrittura fu per lui, probabilmente, come spesso accade, l’antidoto all’impossibilità di credere ancora a qualcosa e la riparazione all’errore, la sublimazione di una mania, che era quella dell’incapacità di vivere la vita in modo convenzionale e tranquillo.

Ma vado a tentoni. Roth non si è mai realmente svelato o forse si è svelato troppo, perché si possa davvero credere a tanta impudicizia e folgorante sincerità.

Nell’appartamento con vista sui grattacieli di New York ha trascinato i suoi ultimi passi, curvo nelle spalle come appare nelle interviste registrate qualche anno prima di morire, una lunga pappagorgia che lo imbruttiva non poco, le labbra serrate ma ancora, negli occhi, quel guizzo di dissacrante ironia. Aveva smesso di scrivere, pare uscisse più spesso di prima e che non gli importasse più nulla dei romanzi, dei suoi come di quelli degli altri.  Sul vecchio ‘Dell’, teneva attaccato un post-it: "La lotta con la scrittura è terminata".



giovedì 27 giugno 2019

Qualche (brevissima) nota su Dio e sulla fisica quantistica




Qualche anno fa, il telescopio Hubble ha ripreso lo scontro tra due galassie. La materia era entrata in collisione, ma non la collisione che immaginiamo quanto, piuttosto, un'interazione gravitazionale in grado di cambiarne la forma. L'antimateria, invece, non aveva interagito se non attraversandosi con levità, continuando per la sua strada.
Ho ripensato al libro che stavo leggendo, "Qualche nota su Dio e sulla fisica quantistica", dei fratelli Anselm e Michael Grun (Tea Edizioni). Nel testo, che mette a confronto le teorie della fisica quantistica con la teologia (i due fratelli sono, rispettivamente, monaco benedettino e fisico), si faceva riferimento a quanto la fisica moderna, rispetto a quella classica, abbia riaperto domande considerate chiuse, soprattutto quelle su Dio. Un Dio possibile, non necessariamente consolatorio (ma come può, l'Assoluto, non consolare colui che cerca?), il Dio dell'antimateria, che non conosce scontro, effrazione. Il Dio della levità, dell'assenza di forma, di giudizio e di definizioni, che procede per la sua strada a dispetto della nostra miseria, che non prova neppure a cambiare la struttura dell'uomo, che pare solo aspettarci in qualche angolo remoto dell'Universo.  

martedì 25 giugno 2019

Benevento Braille 2019: premiata la scrittrice Alessandra Oddi Baglioni


Il 21 giugno, presso la Rocca dei Rettori di Benevento, si è svolta la quarta edizione del Premio Braille, che ha visto premiata Alessandra Oddi Baglioni con il suo “Un cannolo per lo sceicco”, pubblicato da Dario Flaccovio Editore.
Un libro davvero ‘gustoso’, ben scritto, corredato da ricette arabo-sicule: ma delizioso anche per le atmosfere che sa ricreare (siamo nella Sicilia dominata dagli Arabi, intorno all’anno mille, al tempo dello scontro da Normanni ed Arabi) e per la storia che racconta, che è quella, fiabesca,  della nascita del cannolo siciliano. Quattro ragazze vengono rapite per entrare a far parte dell’harem del sultano Kalid. Grazie ad Hala, maestra e cuciniera dell’harem, impareranno l’arte della resilienza, traendo una possibilità di riscatto dalla loro condizione.


Alessandra Oddi Baglioni

La Oddi Baglioni, coniugata, due figli, nonna di cinque nipotini, non è nuova a pubblicazioni e si definisce scrittrice ‘in ritardo’ (nel senso che ha scoperto tardi la passione per la scrittura). E’, soprattutto, una lettrice forte. “Il mio nome è rosso, di Pamuk, è il romanzo che più mi ha condizionato e che mi ha fatto dire: perchè non provare a raccontare anch’io una storia?”, ci ha svelato nel corso della serata.  Attiva nell'ambito dell' associazionismo femminile e nelle battaglie per i diritti civili, nei suoi scritti la Oddi Baglioni affronta spesso le tematiche legate al femminile, "Anche se non credo", sottolinea, "a una scrittura cosiddetta di genere. La scrittura e l'Arte, in generale, devono essere capaci di trasmettere valori universali".  Il legame tra cibo e territorio è una tematica che la intriga molto, come si può evincere leggendo il testo premiato. Alessandra concilia con successo il suo ruolo di imprenditrice (è, attualmente, a capo di Confagricoltura Donna e ha convertito ad agricoltura biologica un'azienda di famiglia) con quello di autrice. “Nel testo", ci dice, "rivisito la leggenda della nascita del cannolo siciliano, dolce tanto conosciuto ed amato, che pare risalga addirittura all’epoca dei romani. D’altronde, la Sicilia ha dato tanto alla nostra nazione, anche in termini culinari”.

Alessandra cura anche un blog, che consiglio a chi volesse conoscerla meglio: alessandraoddibaglioni.blogspot.com.

Il tema scelto per la quarta edizione del Premio Benevento Braille era ‘Gusto al buio’, per esaltare appunto il senso del gusto, capace di portare all’avvicinamento di culture, individui, realtà, anche molto diverse tra di loro. Pensiamo appunto alla contaminazione di cui è stata oggetto proprio la cucina siciliana e all’arricchimento che ne è conseguito.

Il Premio Benevento Braille (nato dalla volontà di Dario D’Auria, presidente della Giuria) cresce sempre di più, quale importante iniziativa sul territorio  destinata ai non vedenti. Enza Preziosa e Paola Tranfaglia hanno letto alcuni brani tratti dal romanzo, dopo i saluti istituzionali del vicesindaco Mario Pasquariello. Paola, in modo particolare, ha letto il testo della Oddi Baglioni tradotto in braille, emozionando non poco il pubblico presente.

Tra gli sponsor del Premio, segnaliamo ‘La Guardiense’, che ha dedicato ai presenti una ‘Cena con l’Autore’ e un’ottima Falanghina aromatica, definita ‘vino da lettura’.


Un momento della premiazione

Dario D'Auria con l'autrice


martedì 14 maggio 2019

Arturo Belluardo a Benevento, sabato 18 maggio






Sabato 18 maggio, Arturo Belluardo sarà ospite dello Spazio Labus di Benevento per raccontarci di "Calafiore", il suo ultimo romanzo, edito da Nutrimenti.
L'evento, previsto per le h.18,30, è stato organizzato dalla chat letteraria "Leggere mette le ali".
Sarà Antonella Rosa a coordinare l'incontro e il dialogo aperto con l'autore.
Non mancate!

mercoledì 1 maggio 2019

Premio Nazionale di Poesia Marco Di Meola




La Fondazione Gerardino Romano di Telese Terme, guidata dal prof. Felice Casucci dell’Università degli Studi del Sannio, promuove la Prima Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Marco Di Meola”.
La Fondazione Gerardino Romano, che dal 2002 opera con continuità nella provincia di Benevento, riprende il percorso avviato con i Concorsi Nazionali di Poesia del triennio 2006-2008.
Il tema è libero. Le opere devono essere in lingua italiana e inedite. La partecipazione al Premio è gratuita. È consentita la partecipazione di una singola opera per ciascun autore. Il termine per l’invio della poesia, è il 20 maggio 2019, per posta elettronica all’indirizzo dedicato: premiopoesiamarcodimeola@gmail.com, indicando nell’oggetto la dicitura: “Partecipazione al Premio Nazionale di Poesia Marco Di Meola – Prima Edizione.
L’ammissibilità delle poesie al Premio sarà sottoposta alla valutazione di una Giuria (i componenti della giuria saranno nominati una volta spirato il termine per le iscrizioni), che selezionerà 10 poesie finaliste, secondo i criteri dell’originalità e della forza espressiva.
Il vincitore riceverà il Premio nel valore economico di €. 500,00 (cinquecento/euro). Potranno essere previsti riconoscimenti, segnalazioni speciali e pubblicazione delle opere.
L’evento di premiazione dei componimenti poetici si svolgerà venerdì 12 luglio 2019, alle ore 18.00, presso la struttura Masserie Masella, in via Pezzalonga, Cerreto Sannita (BN).
Il Premio è pubblicizzato sul sito: www.fondazioneromano.it

lunedì 29 aprile 2019

"Calafiore", l'ultima riuscita prova d'autore di Arturo Belluardo







Ho letto tutto d'un fiato l'ultimo romanzo di Arturo Belluardo. 
Ho riso e mi sono pure molto commossa.

C'è dentro una storia di obesità, di disattamento, ma c'è anche una vicenda di "cannibalismo", quello che riguarda ognuno di noi; è la biografia di un perdente, probabilmente stanco di soccombere alle logiche dei furbetti e dei meschini. 

"Mangiare o essere mangiati?", scriveva Clarice Lispector in un romanzo letto molti anni fa. L'eterno dilemma non muta.

La gentilezza che viene presa per stupidità, il pudore che viene scambiato per incapacità: sono vicende all'ordine del giorno per Pino Calafiore, archivista bancario che convive con una ragazza madre e per il quale mangiare rappresenta la sola, vera consolazione. 
Vessato dai colleghi, tradito in amore e troppo onesto per concepire l'esistenza come mera prevaricazione dell'altro, accetterà di partecipare ad una gara da Guinness dei primati in diretta TV che gli cambierà la vita.

Nel romanzo, che unisce il dialetto siciliano a quello romano e che, soprattutto, mischia i generi (splatter, comico, horror), c'è una chiara denuncia nei confronti dell'attuale società che tutto fagocita e compra, in un 'nasci, consuma, crepa' che non prevede alcuna redenzione. 

Una società che schiaccia chi vive ai margini, mentre il 'grande manovratore' resta impunito. 
La 'repulsione' che si avverte leggendo le pagine dedicate al cannibalismo, al sesso senza sentimento, alla bruttezza fisica e morale di certi personaggi, è la stessa che dovremmo avvertire dinanzi ai soprusi e allo sfruttamento dei più deboli, di coloro che fuggono da guerra e miseria per essere reclutati a lavorare nei campi per due euro all'ora.

Lo stile di "Calafiore" è trascinante, carnale, materico, così come il mondo che descrive; tutto è brutalità e consumo, fino alla nausea, fino al disgusto. 
L'allegoria di un mondo che precipita verso la perdizione, trova il suo riscatto in un finale a sopresa, poco evangelico ma tanto, tanto liberatorio.

" Non che non avessi mai visto una palestra in vita mia (...). Però quando entrai nella sala attrezzi della Pumping Iron, con quei foschi neon bassi, con quel pavimento di linoleum marezzato (...); quando entrai e mi avvinse un odore di disinfettante sterilizzato che non era un odore, un non odore che avrei volentieri fatto sentire a Marc Augé (...). Quando entrai, girai le spalle e feci per uscirmene".

"Calafiore", Arturo Belluardo, Nutrimenti Edizioni, 2019



martedì 9 aprile 2019

Quattro giorni a Porto



Partite da Napoli al mattino presto, dopo circa tre ore di volo atterriamo nella magnifica Porto: l'antica città fondata dai Romani ci attende, mollemente sdraiata sulle rive del Douro. Ma, attenzione: la tranquilla e placida atmosfera che vi si respira non deve trarre in inganno. Porto è infatti una città vivacissima e frizzante!

All'aeroporto ci accoglie un vento freddo che spazza via le nuvole, regalandoci una prima, bella giornata di sole.
Abbiamo scelto di dormire nella zona di Bolhao, di fronte all'antico mercato storico, attualmente in ristrutturazione. Scelta che si rivelerà vincente per visitare a piedi la città, nonostante la continua pioggia e le schiarite dei giorni successivi. L'Atlantico rivendica la sua presenza; lo si può raggiungere prendendo, al costo di 5,00 euro a tratta, l'electrico numero 1, tram storico il cui capolinea è a poche decine di metri dalla Cattedrale del Se. Sedendosi lato finestrino si può godere di uno splendido panorama e seguire con lo sguardo lo scorrere placido del Douro fino all'Oceano.

Il Douro visto dal tram

Il primo giorno di visita lo trascorriamo a scoprire le pasticcerie della zona, assaggiando i pasteis de nata appena sfornati, fotografando le vecchie edicole dei negozi che si aprono lungo la strada e percorrendo la Rua da Santa Caterina fino al "Majestic", antico caffè della città che, secondo la leggenda, ha ispirato J.K.Rowling, che si sedeva ai suoi tavolini in cerca di ispirazione. Anche noi ci accomodiamo all'interno delle sue sale: un cappuccino costa 6,00 euro ma questo, forse, è il prezzo della felicità!
Lungo la rua, magnifiche appaiono le facciate dei palazzi ottocenteschi, molti dei quali in pieno restyling. Superata la Stazione ferroviaria di Sao Bento (non mancate di vistarne l'ampio atrio, ricco di azulejos, bellissimo), raggiungiamo Rua das Flores, coi suoi bei negozi e i locali dove fare uno spuntino.
In un ristorantino vegetariano, la Mercearia das Flores, consumeremo velocemente un'insalata, circondate da scaffali stracolmi di prodotti locali: sardine inscatolate, paté di sardine e di salmone, baccalà sottolio. Ecco l'aria che si respira a Porto: qui si lavora, si produce, si aprono locali e ferve l'attività economica... Un famoso detto portoghese dice proprio così: "A Lisbona si sta a guardare, a Braga si prega e a Porto si lavora".

Mercearia das Flores


Dopo una lunga passeggiata decidiamo di tornare a casa per riposare un pò. In serata ci attende una sosta in zona Ribeira e una cenetta a base di baccalà e francesinha (quest'ultima è una specialità della città, un piatto ricco e ... non per tutti i palati).




Restiamo incantate dinanzi al Ponte Dom Luis che unisce le due sponde del Douro, tra i riflessi tremolanti delle case e delle imbarcazioni. Patrimonio dell'Unesco, la Ribeira sorprende il visitatore per la sua autenticità, per la bellezza delle sue strade che scendono verso il fiume, strette tra i palazzi settecenteschi dai colori vivaci che ospitano locali e ristoranti alla moda. 


Dalla Ribeira partirà, il giorno dopo, la vera scoperta della città, dopo la visita alla magnifica Cattedrale del Se, patrimonio Unesco ed espressione di un maestoso, tronfio, immaginifico stile barocco. Piove a dirotto ma non ci facciamo scoraggiare, rifocillate da una ricca colazione alla Confeitaria da Bolhao  https://confeitariadobolhao.com/ingles/entrada.html. Difficile resistere dinanzi all'abbondanza e magnificenza del cibo esposto: un tripudio di dolci, confetti, pasteis, torte dolci e salate, pastel di baccalà, formaggi, salumi, tutto a prezzi più che accessibili...


Dalla Ribeira decidiamo di attraversare a piedi il ponte e di raggiungere la sponda opposta del Douro, dove sorge il comprensorio di Villa Nova de Gaia. Visitiamo lo stabilimento Taylor's e decidiamo di concederci un assaggio di vino (un ottimo Porto vintage)  prima di provare il giro in teleferica (6,00 euro a tratta), sotto una pioggia battente. Impagabile la vista sui tetti e quella, coloratissima, delle case della Ribeira.

Una Porto struggente



A Villa Nova de Gaia non mancano bar e ristorantini, e sono molte le cantine storiche da visitare. Anche qui, le stradine acciottolate e i palazzi raccontano una storia antica, fatta di coltivazione e di commerci, di lotte e di tenacia. Furono gli antichi Romani ad importare la vite nella Valle del Douro, sfidando le difficoltà di un territorio impervio.




Il terzo giorno raggiungiamo l'Oceano, complice un timidissimo sole. Non durerà, la pioggia ci sorprenderà dinanzi alla maestosità di uno scenario naturale bello come pochi. Rientriamo in centro, alla scoperta dei negozi, delle stradine in salita, delle belle chiese di cui la città è davvero ricca. Raggiungiamo il Palazzo da Bolsa, ma lo troviamo chiuso ai visitatori a causa di un evento. Ci dirigiamo allora verso la Libreria Lello: lunga fila per il biglietto (5,00 euro), che varra' uno sconto sugli acquisti. C'e' troppa gente all'interno, troppa calca e, come dire, tutto ci appare  'turistico'. Questo però nulla toglie all'importanza di una libreria che e' considerata tra le piu' belle al mondo, con i suoi cento anni di storia, il suo stile tra il gotico ed il liberty, la sua magnifica, labirintica scala. Sembra davvero di rivivere l'atmosfera così ben descritta nelle avventure di Harry Potter.

Una foto di repertorio: l'inaugurazione del locale, nel 1906

Dalla zona della Libreria Lello si può raggiungere il quartiere ebraico. Vale la pena percorrerne le antiche strade in salita, circondate da palazzi ancora in parte fatiscenti, che aggiungono molto fascino alla storia del luogo.
Nei dintorni della Libreria, dalla parte opposta al quartiere ebraico, in Rua das Carmelitas e nei vicoletti che la tagliano, vi sono molti negozi vintage e bellissimi palazzi ottocenteschi. Le vie, qui, non hanno perso nulla del fascino di un tempo, con le vecchie edicole in legno dei negozi che si susseguono una dopo l'altra.
In serata ci attende una magnifica cena in un locale trendy: ottimo cibo e calda atmosfera da "Flow"   http://www.flowrestaurant.pt/flow/

Il quarto giorno di permanenza lo dedichiamo allo shopping e ad una bella passeggiata, regalandoci una sosta alla "Casa portuguesa do pastel do bachalau", tappa obbligatoria del viaggio: non so se vi si mangino i pastel di baccalà piu' buoni del Portogallo, ma l'atmosfera del locale merita comunque la visita.
Il sole fa capolino tra le nuvole, quasi a volerci consolare, e il vento si  è placato.
In serata, gustosa cena in un locale davvero tipico, situato in un antico palazzo in centro: atmosfera informale e candele sui tavoli. Siamo al Raiz http://www.raiz.com.pt/. Piatto forte, il baccalà in pastella e le zuppe di pane con funghi o gamberetti.
A Porto sì mangia bene ovunque, il cibo è  vario, piccante e salato, ottimo il pesce ma anche la carne, i prodotti da forno sono buonissimi e i dolci squisiti. Davvero c'è solo l'imbarazzo della scelta.

Porto e una città bellissima, capace di trasmettere grande energia, distribuita com'è su più colli, capace di vantare un patrimonio architettonico unico e prodotti tipici  - come il vino omonimo - famosi in tutto il mondo. E una città molto diversa da Lisbona, che appare monumentale e seriosa (ed io l'adoro!). E' un luogo in divenire, proiettato verso il futuro, divertente, ricco di opportunità.
Porto è più irriverente, meno riservata di altre città portoghesi. Ed io, Mariarita, Paola ed Anna Maria ci abbiamo davvero lasciato un pezzo di cuore.


Vista sugli antichi quartieri seicenteschi