Passa ai contenuti principali

Post

Così Tolstoj fugge

  Così Tolstoj fugge e la sua fuga, all'inizio, è solo il moto disordinato di chi non ha più nulla da perdere; ha paura dei treni, lo spaventano, ma non c'è altra scelta.  Col suo medico personale e la figlia Sasă, esce di casa e controlla, nel freddo di ottobre che avvolge la tenuta di Jasnaja Poljana, che la carrozza sia pronta. Hanno preparato i bagagli in fretta e in silenzio, perché lei - la pazza - non si accorgesse della fuga. Non è più questione di anni. E' l'idea, ferma, di vivere i minuti che restano, le ore più prossime, nel modo che desidera. Lontano dal matrimonio; dalle gelosie, dagli editori, dai lasciti testamentari, dai diritti d'autore. Lo ha scritto: la sua letteratura appartiene all'umanità intera. Ha disgusto di sé, ormai, orrore di ciò che è stato: delle contadine prese nelle isbe, in fretta e di nascosto; del suo corpo che, ogni volta, ha ceduto alla passione. Disgusto per ciò che da tempo percepisce del mondo: si ripete, mentre sale sull

"Il gusto di una vita" di Iaia Caputo

"La memoria è inconsolabile. Perché nel rievocare un sapore, un odore, un suono del passato giunge la consapevolezza di averlo perduto, e perduto per sempre". . . . 🥘 Ricostruire il passato attraverso il gusto. È ciò che fa Iaia Caputo in questo bel libro nel quale la memoria è anche Napoli: con le sue strade e le piazze, l'odore del sugo la domenica, gli sciù, le discese a mare. La "cerimonia del cibo" è capace di creare depositi, ricordi che sanno di pane e di accoglienti vicini di casa, di attesa e nostalgia. ✍ "Il gusto di una vita" è un testo che avvolge il lettore. Intenso è il ricordo dell'imprevedibilità dell'infanzia; del padre di Iaia, elegante e risoluto, morto troppo giovane; della madre, chiusa nel cerchio affannoso e consolatorio della "casalinghitudine". Quest'ultimo, termine caro all'indimenticata Clara Sereni, che la Caputo cita, infatti, in esergo. Perché, "Il gusto di una vita", non è solo un

"L'eredità dei vivi", di Federica Sgaggio (a proposito di mosche bianche)

Un romanzo delicato, commovente e, allo stesso tempo, potente. Federica Sgaggio è una mosca bianca, nel panorama letterario italiano. Dalla sua ha uno stile netto, non consolatorio, appassionante. Una penna da tenere d'occhio, una delle poche, a prescindere dai soliti premi e candidature e chiacchiere editoriali. È brava, punto. Impossibile leggere il suo "L'eredità dei vivi" (Marsilio Editore) e non provare il desiderio di conoscerla. Di condividere con lei impressioni, emozioni, la felicità di aver trovato, nel suo testo, "le parole per dirlo".  "L'eredità dei vivi' è la storia di sua madre, Rosa Sammarco, ma anche di un'Italia che attraversa gli anni e che cambia, muta abiti politici, regole sociali. Viene approvata la legge sull'aborto e quella sul divorzio, si fa strada il movimento femminista. Intanto Rosa si sposa, ha due figli, Federica e Francesco, quest'ultimo, purtroppo, segnato da una forte disabilità a causa di un error

Quello che non so di me - ancora una nota sul libro di Antonietta Gnerre

Alla sua Irpinia, "terra verde e cosmica ", Antonietta Gnerre ha dedicato il suo ultimo libro di poesie, " Quello che non so di me" , edito da Interno poesia nel marzo scorso e diviso in quattro sezioni. Ne abbiamo già parlato su questo blog, grazie alla preziosa recensione di Antonella Rosa. I versi di Antonietta sono, come lei stessa ammette, "la somma del tempo ".  È il passato che la poesia riordina - ciò che abbiamo imparato - consegnando agli altri l'immagine vera che ci appartiene, " l'ultimo risveglio ". Questi versi hanno un sentore di bianco  - non saprei come esprimere, in altro modo, la sensazione che ho provato leggendoli.  La descrizione dei luoghi è cosmogonia, nella memoria: " gli ulivi ci attendono nascosti ".  D'altronde, siamo qui, scrive la Gnerre, " per misurarci nelle cose create". Non pratico la poesia da anni.  La sua capacità di dire l'indicibile (solo la poesia può realmente questo, a

Lettera a A.D.

Verso il mare della dimenticanza   di Josif Brodskij (Una me più giovane. Un amore perduto) ◇ Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu ascolti le mie parole, no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com'è strano, per me, scriverti di nuovo, com'è bizzarro rivivere un addio...) Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio. Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami, proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine. Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore. Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire. Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto; so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza, per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù ch

Quello che non so di me ~ Antonietta Gnerre

Recensione e fotografia di Antonella Rosa Quello che non so di me. È stato un dono, oltre che un privilegio, leggere le poesie di Antonietta Gnerre in anteprima. Quello che non so di me. (S)velarsi in versi. La misura di un nome, l’eco di un “io” umano in metamorfosi. «Per non dimenticarmi chiedo perdono, / curo le cicatrici sulle mani. / Mi confesso al ramo che osserva. / Ora tutte le donne che sono stata / sono in silenzio, / le chiamo con il mio nome. / Le libero dalle parole e dai suoni / della mia vita.» Quello che non so di me. Una (r)esistenza, tra vita e arte. La (ri)nascita è nel sogno, in un’alba silenziosa in cui “tutto” è miracolosamente come deve essere. «I nostri sogni si cercano / dalle cifre delle correnti. / Ora siamo nascosti nel miracolo di un’alba. / Ogni tanto alziamo le braccia / per sentire se siamo vivi.» Matrice autobiografica. Trasposizione di un vissuto, rappresentazione di una fusione atavica tra l’Immaginazione e la Natura che ci circonda, specchio dell’Ide

La società senza dolore

Byung-Chul Han, tra i filosofi più importanti del nostro tempo - e forse il più letto al mondo - affronta, in questo breve testo, un argomento spinoso: la fuga dal dolore, tanto diffusa nella nostra odierna società. Altri sociologi si sono dedicati al tema: da Fromm a Bauman, i grandi pensatori del '900 hanno saputo ben descrivere il fenomeno della cosiddetta "fuga dalla libertà" che, in sostanza, è fuga dalle responsabilità e dal dolore. Ogni cosa, oggi, spinge l'individuo ad eludere il rischio di soffrire.  In nome della resilienza e della reazione che nega, rimuove e supera, il dolore deve essere accantonato rapidamente.  Secondo Han, questa rapidità e questa finta sicurezza non sono che l'ennesima prigione che ci chiude al mondo. Isolato e senza quei legami che potrebbero comportare sofferenza - costruiti nel tempo, profondi e veri - l'uomo diviene facile preda del mercato. L'attuale pandemia, argomenta il filosofo tedesco-coreano, con le sue regole e