Follia?


Le visite ad Arles e a Saint Remy m'hanno fatto appassionare a Van Gogh.
Vidi un suo quadro, "I mietitori di grano", al Museo D'Orsay, a Parigi, moltissimi anni fa. Nulla di ciò che era esposto lì era paragonabile a quel piccolo dipinto, che attrasse subito il mio sguardo. Poi, Van Gogh, l'ho incontrato di nuovo ad Amsterdam, al Rijksmuseum. Ma lui non amava affatto l'Olanda e quelle sale, piene del suo genio, mi confusero: poi, solo dopo, ho capito perché. Van Gogh è un autore che va preso a piccole dosi. I suoi colori, la luce accecante dei suoi quadri, fanno davvero male. In realtà, ferisce l'acutezza del suo sguardo senza filtro. (L'espressionismo, di cui fu un anticipatore, fu in questo guardare al mondo senza patetico, per poi restituircelo intero, con l'unica mediazione della sua sensibilità). Ho avuto la fortuna di leggere "Follia?", di Giordano Bruno Guerri.
Consiglio a tutti questo bellissimo libro, che si fa leggere e appassiona. Guerri ama Van Gogh e ce lo fa vedere in tutta la tensione creativa che lo avvolse e che permeò il suo destino. Soprattutto, sa restituirci il suo dolore, la sua incompresa genialità, la sua assoluta solitudine, attraverso pagine sentite e raffronti come quello con La nausea di Sartre. Van Gogh dovette scegliere, come spesso accade alle persone dotate e sensibili, tra la genialità e le mediazioni di una vita mediocre. La sua vocazione fu, in realtà, tensione verso l'assoluto, percezione intensa delle cose, consapevolezza del destino dell'uomo. Non riuscì, come altri - e penso a Cezanne - a trovare una terza via, una strada possibile, un uso del mondo. A trentasette anni, quando gli sembrò di aver tentato tutte le strade, si sparò un colpo di pistola nella pancia, dopo essersi sdraiato in una fossa di letame. Morì due giorni dopo, tra atroci dolori, solo come aveva vissuto.


La vigna rossa, uno dei suoi dipinti più belli


In questa foto, la stanza della pensione Ravoux, dove Van Gogh morì

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