"Minchia di mare", il nuovo romanzo di Arturo Belluardo







Conosco Arturo Belluardo dagli anni dell'Università. Lui, un brillante studente di economia, io una smarrita matricola iscritta alla facoltà di giurisprudenza, 'anima vagula blandula', come si divertiva a chiamarmi lui, persa com'ero nei meandri della L.u.i.s.s.
E' prossimo all'uscita il suo "Minchia di mare" (Elliot Editore) che, a breve, avrò il piacere di leggere. Gli ho rivolto qualche domanda, per questo filo tra di noi che non si è mai interrotto, fatto di scambi di libri, lunghe telefonate, incontri nei vicoli di Napoli (ricordi, caro Arturo, com'erano piccoli i nostri ragazzi?).
Abbiamo in comune l'amore per la parola scritta e per la lettura, io e Arturo. Lui vive nella capitale e scrive da sempre. E' arrivato il momento di confrontarci su questo.





Come nasce la passione per la scrittura, in un bancario come te? 

La mia passione per le storie, siano esse scritte, disegnate o filmate, nasce da prima che iniziassi a lavorare, quindi la banca c'entra poco. Che io mi ricordi, ho sempre scritto, sin da bambino, e il desiderio di dare un senso compiuto a questa passione c'è sempre stato, ma è rimasto lì, latente, pieno di tentativi abortiti. Poi, arrivato ai cinquant'anni, mi sono reso conto che mia figlia, che allora ne aveva undici, scriveva divinamente e mi è sbocciata un'invidia senza pari. Nel frattempo, e qui c'entra la banca, ho fatto un corso con la grande Stella Privitello su come utilizzare la creatività per risolvere i problemi in azienda. Da lì, è scoccato il fulmine, ho urlato 'Si può fare!' e mi sono iscritto alla Scuola di Scrittura Omero, a Roma. Lì ho imparato come tirar fuori la mia voce, come darle spessore e contenuto: ho iniziato a collaborare alla rivista della scuola 'Mag O', poi ad altre riviste on-line, a mandare racconti in giro, a vincere qualche premio...

Cosa è scrivere? Esercizio narcisistico, riparazione, fuga dalla realtà?

Archeologia sentimentale: questa è la definizione di quello che per me è la scrittura. Tirar fuori dei ricordi o, meglio ancora, i sentimenti profondi legati a quei ricordi e filtrarli con il linguaggio e con la parola, per dar vita a storie, possibilmente piccole, dense di verità, di emozioni e passioni profonde: questo per me è lo scrivere. Un ricordo si trasfigura, diventa uno spunto per una storia, una storia che lo renda immortale con parole sincere, parole che rispettino il sentimento sepolto ed evocato da questo processo; un tavolino a tre gambe, una tavoletta ouija e io il medium che, a occhi chiusi, parlo, scrivo di storie altrui: quando scrivo, io non esisto più, mi ritraggo nella nuca, dietro gli occhi, e vedo scorrere la storia dinnanzi a me; io mi limito a descriverla per come accade, per come i personaggi si muovono e parlano. Non ci sono più, in quel momento, ma ci sono uomini da odiare e donne di cui innamorarsi perdutamente. E poi, di recente, ho scoperto la cosa più bella della scrittura, la sua sincerità, la sua onestà: la scrittura ti rende esattamente quel che meriti, meglio di uno specchio. Quando ti esponi, quando ti fai leggere, ricevi in cambio quello che sei: né più né meno.

Parlaci di questo romanzo in uscita. E della tua sicilianità.

"Minchia di Mare" è la storia di Davide Buscemi, un ragazzino che cresce nella borgata degradata di una piccola città siciliana. Una provincia avvolta nei suoi miseri rituali: la processione dell'Addolorata, la gara di sosia di Raffaella Carrà, le sanguisughe per i salassi, la perdita della verginità con le buttane del Lungomare. Una provincia in cui l'attualità degli anni '70 filtra attraverso la televisione e i giornali, ma rimanendo di sottofondo, mai protagonista. Davide è un bambino prigioniero: di un'infanzia che sembra non finire mai, della vita degradata della periferia, di un padre violento che lo considera senza spina dorsale, un buono a nulla, una minchia di mare, appunto. Il suo passaggio dall'infanzia all'adolescenza è costellato da goffi tentativi di fuga dai risvolti grotteschi. Ho cercato di utilizzare contemporaneamente il piano drammatico e quello comico: si ride molto, ma si ride amaro e, dove c'è da piangere, emerge sempre uno sberleffo. Un pò come nella cucina siciliana, caratterizzata dall'agrodolce. Sebbene io abbia lasciato Siracusa a diciannove anni, il mio linguaggio, il linguaggio della memoria, è fortemente permeato dalle mie origini: per questo ho fatto ricorso agli intarsi in dialetto, in modo che il romanzo avesse una sua verità fino in fondo. Non si può parlare della Sicilia in italiano.

Progetti futuri di scrittura? Quando diamo alle stampe un romanzo, esso smette di appartenerci e bisogna guardare a quel che resta da scrivere.

Sto rimettendo mano a un altro romanzo, "Il ballo del debuttante", che è stato segnalato all'ultima edizione del Premio Calvino: è una sorta di feuilleton ambientato in parte nella Sicilia negli anni '20 e in parte in Libia, quando era colonia italiana. E' la storia di un ragazzo che scopre la sua omosessualità e si dà alla fuga, cercando un riscatto impossibile: anche qui il registro oscilla tra il drammatico e il grottesco ed è un'occasione per parlare delle Colonie Italiane e della fascinazione omo-erotica dei maschi italiani per il corpo del Duce, come aveva intuito Gadda. Poi vorrei lavorare a un'altra storia, incentrata sul rapporto con il cibo, dall'esaltazione che promana dai media al cannibalismo.

Quali sono gli autori che ami e che ti hanno ispirato?

Ne amo talmente tanti che farei torto a qualcuno: sicuramente però colloco, tra i contemporanei, Gadda e Simenon sopra tutti gli altri. Per questo libro ci sono state tantissime influenze e alcune si riconoscono pure, leggendole: potrei citarti le commedie di De Filippo, i romanzi di Brancati, Consolo, Tomasi di Lampedusa, l'ironia di Philip Roth e di Saul Bellow, la crudeltà di Ian McEwan, i 'Racconti Romani' di Moravia e 'L'isola di Arturo' della Morante. Ma c'è dentro anche tanto cinema, Truffaut, Germi, Tornatore. E tanti fumetti della Marvel...Peter Parker era il mio eroe...

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