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Consigli di viaggio: Pantelleria, l'isola ecosostenibile

“Peccato che i giapponesi prendano tutto il pesce qui da noi, con i sonar”. La signora ha una lenza in mano ed è molto arrabbiata. Vive a Palermo ma, ogni estate, raggiunge Pantelleria. “L’ennesimo furto, come i capperi che vengono comprati dalla Tunisia a minor prezzo e rivenduti qui”. Pesce e capperi a parte, Pantelleria riluce sotto il sole, vera perla nera del Mediterraneo, a dispetto della modernità. La chiamano l’isola ‘rural chic’, per i suoi resort seminascosti nel verde, i dammusi elegantemente ristrutturati, le case dei vip, le frequentazioni delle star americane. In realtà, a starci qualche giorno, Pantelleria si rivela un’isola da vivere in piena libertà: non ci sono servizi, se non quelli essenziali e, per le saune naturali o i fanghi, non si paga pedaggio. Il lago di Venere non ha neppure un chiosco dove poter bere una bibita, ed è così anche a Gadir dove, mi racconta un isolano, è stato ultimato un ristorante un anno fa ma nessuno ha ancora accordato la licenza perchè si aprano i battenti. Non ci sono comode discese a mare. La costa è frastagliata e cade a picco nell’acqua blu scuro, soprattutto nella parte ‘dietro l’isola’, come amano definirla i panteschi. Pantelleria è un paradiso per gli amanti del trekking, per chi rispetta la natura, sia che ci si incammini verso l’acropoli, lungo una modesta salita con vista sul paese, sia che ci si diriga alla grotta termale. Guidando verso Scauri ci si imbatte in una ripida scalinata che finisce nella grotta dove Calipso sedusse Ulisse. Vasche d’acqua calda, immerse nell’oscurità, accolgono i turisti: c’è solo uno spogliatoio malmesso, anni ’70, e neppure una lampadina a rischiarare il buio. Ed è bello così. I posacenere per gli incalliti fumatori sono bottiglie di plastica piene di acqua marroncina dove gettare i mozziconi: un riciclo intelligente di materiale così poco ecosostenibile. Ci sono, qui e lì, piattaforme di legno e minime discese scavate nella lava e rinforzate col cemento; ma gli isolani non vivono di turismo né di pesca, accolgono tutti con gentilezza e il cibo è ottimo, sia che si voglia spendere, sia che si desideri mangiare in modo gustoso ma semplice (ottimi gli spaghetti al nero di seppia del ristorante Acquamarina, al porticciolo). Pantelleria nasce nel Mediterraneo da enormi colate laviche, alte anche ventine di metri sotto il livello del mare. Trentacinquemila anni fa si formarono molte delle spiagge che vediamo adesso, come i costoni che degradano verso le onde.
L’ossidiana, che era l’oro del tempo, veniva scavata sin da epoche remote e attrasse qui i Sesioti, un gruppo etnico forse proveniente dalla Tunisia, alla ricerca di ricchezza. Con l’ossidiana – oggi rara da trovare - , pietra scura e scintillante, era possibile fabbricare utensili, e i Sesioti si adoperarono a tagliarla con maestria inusitata, dati i pochi strumenti a loro disposizione. Parliamo di un popolo vissuto circa 5000 anni fa: a loro si deve il muro primitivo alto otto metri, il più antico del Mediterraneo, che circonda il villaggio.
Il muro più antico del Mediterraneo
E’ qualcosa che toglie il fiato, per la perfezione con cui è costruito: senza malta, senza calce, in un incastro di pietre laviche imponente. I Sesi sono le tombe che ci hanno lasciato: i corpi dei morti venivano deposti in posizione fetale, con un amore e un’attenzione che stupiscono, dati i tempi. Il villaggio presenta i resti di costruzioni ovoidali - di cui ci sono rimaste le fondamenta - addossate le une alle altre, come a proteggere la popolazione. Sotto, lungo il costone, appare la cava di ossidiana e, di fronte, il mare luminoso dove sprofonda il sole: mi piace immaginare uno dei Sesioti con lo sguardo perso lungo la linea dell’orizzonte. Sappiamo pochissimo di questo popolo, né conosciamo le ragioni della loro scomparsa. Affrontarono di sicuro un viaggio difficile per raggiungere l’isola. Qui decisero di vivere, di organizzare la loro vita, di seppellire i propri morti. Al centro di una capanna scorgo quattro pietre messe assieme a formare un quadrato dove, probabilmente, le donne di casa arrostivano il cibo.
Tutto, a Pantelleria, è sorprendente. I giapponesi non ce la faranno a distruggere l’incanto, la meraviglia, che vedi ovunque.
Penso a come doveva essere il paese prima della seconda guerra mondiale e dei bombardamenti americani, durati trentacinque giorni: una medina araba, pullulante di persone, imbiancata a calce, ombreggiata dalle palme. Non ne resta che un quadrivio, chiuso al traffico, col selciato intatto. I panteschi vivono comunque di agricoltura: la potatura bassa dei vitigni e degli olivi consente di tutelare le coltivazioni dal vento forte che soffia sull’isola. Gli alberi da frutto sono protetti nelle caratteristiche costruzioni tonde che li circondano, alla maniera araba. La piana della Ghirlanda è un luogo fuori dal tempo, con le sue tombe bizantine, il verde delle coltivazioni, la loro disposizione geometrica. Incontriamo un raccoglitore di capperi che, in perfetto italiano, ci parla di sè e del suo lavoro e poi si perde nella spianata.
La Piana della Ghirlanda
Dagli uscii delle case si spande un odore di cucinato, mentre fuori, al sole, il bucato s’ asciuga sventolando come un saluto. Non vedo yacht né mega barche ancorate in porto : qui, il mare aperto, fa paura ai naviganti d’assalto. La benzina costa quasi il doppio, e pure il gasolio: un buon motivo per preferire biciclette o altri mezzi di trasporto, che non sembrano spaventare gli isolani. Pantelleria è un’isola ecosostenibile, poco attratta dalla modernità, fuori dal tempo e collegata alla Sicilia da una nave veloce che porta i più giovani a Trapani in poche ore. La vita ‘isolana’ può annoiare. Ma credo che anche chi parte sia destinato a rimpiangere per sempre quel ritmo lento e conciliante; il riflesso del sole sulla lava bollente; il mugghiare del mare in lontananza, l’urto contro la roccia, il balzo in avanti del cuore.

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