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Hannah Arendt e Martin Heidegger: un amore a senso unico

Appare difficile immaginare Hannah Arendt tra le braccia di Martin Heidegger.
Innanzitutto per la differenza di età che c'era tra di loro;  poi perché, oggettivamente, lui era un uomo poco attraente.
Era, però, il suo professore all’università, navigato amatore di donne, che seduceva per vanità e per celia.
Le propose subito un rapporto ben congegnato, fatto di incontri clandestini nell’appartamento dove la ragazza viveva , perché lui era sposato e sua moglie (che, nelle lettere pervenuteci, a lei indirizzate, chiamava ‘amata mia’), non aveva un carattere facile. Hannah era un ragazza dagli occhi malinconici e intensi, che non passava inosservata: era precoce e intelligente, metteva in soggezione chiunque la conoscesse. Eppure sedurla, da parte del navigato professore , non fu difficile. Heidegger aveva trentacinque anni e manifestò sin da allora, e proprio nei confronti di Hannah, il tratto più caratteristico della sua personalità: amava esercitare un potere sugli altri.
La loro fu la classica relazione sbilanciata, tutta a favore del professore. Alle lettere del filosofo, Hannah doveva rispondere solo se richiesto; a volte l’uomo imponeva lunghe pause ai loro incontri, forse per far decantare la cosa o, magari, per evitare che il mondo accademico si insospettisse. Le regole le dettava lui: quando incontrarsi, dove, con che frequenza. La sospettosa moglie di Heidegger, Elfride, convinta antisemita, avrebbe potuto creare problemi. Hannah si allontanò dall’università nella quale aveva iniziato i suoi studi e si trasferì ad Heidelberg, dove si laureò con il professor Jaspers. I rapporti con Heidegger continuarono fino alla nomina del filosofo a Rettore dell’Università di Friburgo, al posto di Husserl, di cui era stato il pupillo e dal quale aveva ereditato il fondamento delle sue teorie (il saggio “Essere e tempo”, di Heidegger, è dedicato proprio al suo maestro). Husserl era ebreo, dunque ritenuto non più degno dell’incarico e Heiddeger non esitò un istante a prendere il suo posto, nonostante l’iniquità del trattamento riservato al suo mentore. Ricevuta la nomina, l'uomo decise di licenziare Hannah e di rinunciare ai loro incontri (che avevano una matrice sessuale, anche se non solo), per evitare ogni possibile rischio per la sua carriera accademica. Anche Hannah era ebrea.
Sappiamo di Heidegger e della sua adesione alle teorie del Nazionalsocialismo e non ne parleremo in questo post. Molti allievi (penso ad Emmanuel Levinas) presero le distanze dall’opera del filosofo, dichiarando che essa contribuì alla nascita dell’ideologia totalitaria del nazifascismo. In ogni caso, dopo un po’di tempo, Heidegger si dimise dall’incarico di Rettore anche se, con la caduta del regime nazista, venne allontanato dall’insegnamento. Fu poi riammesso all’università dopo la guerra grazie all’intervento di Jaspers, che gli era rimasto legato nonostante sapesse del suo coinvolgimento iniziale con le teorie del Terzo Reich. Negli anni ’50, Hannah volle di nuovo incontrare il professore a cui l’aveva legata una passione sia intellettuale che fisica. Addirittura decise di spiarlo, mentre prendeva un treno in stazione, prima di avere il coraggio di mettersi in contatto con lui. Gli incontri ricominciarono: Hannah era al suo secondo matrimonio e non ci fu nessuno scambio sessuale tra loro. Ma il legame restava, soprattutto grazie a lei e a un sentimento autentico, mai sopito. Cosa la unisse ad un personaggio così contraddittorio e maschilista, non è dato saperlo. Heidegger aveva esercitato sulla donna un potere che gli derivava dall’incarico di professore; ci era andato a letto approfittando della sua giovane età e sempre dichiarandosi ‘innamorato’ della moglie. Non aveva esitato ad imporle un legame condizionato da tempi e modalità scanditi dal suo narcisismo; al momento opportuno l’aveva allontanata senza remore, per evitare che gli fosse d’intralcio. Ma, naturalmente, la cosa più grave era il fatto che Heidegger, come Hannah sapeva benissimo, avesse aderito alle teorie nazionalsocialiste. Come poteva, l’autrice de ‘La banalità del male’, lei stessa ebrea, trascurare una simile presa di posizione da parte del suo maestro? Eppure la Arendt lo giustificò sempre, quasi mettendosi dietro di lui, in qualche modo, pur essendogli superiore.

Masochismo femminile? Legami che vanno oltre la ragione? La tendenza, da parte delle persone dotate, a proiettare qualità e meriti anche su chi non ne ha? La questione resta aperta, anche se a me sembra che certi fenomeni siano molto più comuni di quanto si pensi. Si tratta di livelli dell’essere, in fondo. Da un gradino superiore, Hannah vedeva Heidegger e poteva amarlo, comprenderlo, forse. Lui no, perché era al di sotto di lei e, dunque, non comprese né vide realmente quanto ci fosse di nobile, e alto, nell’amore che lei gli aveva indegnamente tributato.

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