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Il Francesco di Mario Bertin e il Vangelo preso alla lettera di Tullia Bartolini — 23 marzo 2013 — MagazineRoma.it.



Il Francesco di Mario Bertin ha un viso assorto e occhi malinconici, un’aureola appena visibile dietro il capo. Dalla copertina dell’omonimo romanzo non ammicca, eppure attrae per la sua immediata semplicità.
Non poteva certo immaginare, lo scrittore, che, pochi mesi dopo la pubblicazione del suo testo, sarebbe diventato Papa un uomo che avrebbe fatto suo - per la prima volta e con coraggio - il nome del poverello di Assisi. Non potevo immaginarlo io, quando ho comprato il libro, intitolato appunto Francesco (187 pagine molto ben scritte, edito da Castelvecchi nel gennaio di quest’anno), appena poche ore prima della fumata bianca, in un pomeriggio distratto da altro. La solita biografia del Santo, si potrebbe pensare. D’altronde, non era certo la prima a cui mi dedicavo, attratta da sempre dal giullare di dio e dalla sua vicenda umana. Eppure, il libro di Bertin ha qualcosa di nuovo e di diverso. Non è una biografia romanzata e non è neppure un saggio. E’ qualcosa di differente. Un’ opera appassionata scritta da un uomo che, Francesco, deve averlo amato veramente e davvero ha cercato, attraverso la scrittura, di comprenderne l’animo.
Mario Bertin non è un novellino, in fatto di libri. E’ stato direttore editoriale di Edizioni Lavoro e di Città Aperta Edizioni e ha dato alle stampe già due testi, E decise di chiamarsi Joao, Ed.Abete, nel 1996, e Salmo, Ed. Servitium, 2001. La sua è una scrittura sincera. Convince senza mai essere leziosa, senza mai ricorrere al già detto, perché è espressione di una sentita ricerca nel mistero dell’uomo, innanzitutto, e poi del Santo. Il ‘suo’ Francesco, infatti, non ha nulla del mito iconografico; è, piuttosto, un essere umano, disperatamente in cerca di se stesso. In bilico, smarrito, gioioso, ma anche tormentato. Che inciampa e si risolleva, nella tensione del cambiamento. Che crede e si spaventa, e teme di perdere la propria libertà. Che, soprattutto, ha il dubbio di essere un perdente, finché il coraggio dell’assoluto non lo afferra: davanti al vescovo di Assisi e ai cittadini interdetti, si spoglia per sempre della sua vita passata. Bertin scava nella vicenda terrena di quest’uomo illuminato– che è nota da sempre, al limite del mito – e lo fa in un modo che prende al cuore e che ti costringe a riflettere. Una sera di baldorie e risate, mentre è con gli amici più cari – e già collabora col padre al fondaco, per imparare il mestiere di venditore di stoffe che tanto ha arricchito la famiglia - resta indietro e osserva, da una rinnovata distanza, l’illusorio vagare dei suoi compagni, la spensieratezza di chi delega ad altri (e ad altro) la propria vita. Qualcosa, in lui, inizia a spezzarsi. E’ una notte bellissima, ma lui sa di non far più parte di quell’avventura che, invece, ancora prende gli altri e li distrae. Doveva essere bello, esteriormente, il poverello. Era un ragazzo minuto, dai lineamenti regolari, dono forse di donna Pica, la madre francese che tanto lo amò. Denti perfetti, occhi dal taglio regolare, bocca piccola, mani sottili. Bello anche negli anni, nonostante le malattie e i disturbi agli occhi e al fegato. Bello, nel tempo, per l’assoluto che lo abitava, l’amore incondizionato di cui era capace. Unico scopo: vivere per gli altri, soprattutto per gli oppressi, i poverissimi, quelli che rischiano di cadere ogni momento nel baratro dell’abiezione. Uno struggimento totale nei loro confronti, tanto da volerne condividere la sofferenza. E, sempre, sul viso, la letizia che dettò come regola ai suoi frati. La sua fu una vita illuminata dalla grazia, in evoluzione, come dovrebbero essere tutte le esistenze degne di essere vissute. Di contro alla mediocrità di Elia, che non poteva amarlo, perché Francesco – che non aveva la sua cultura – lo superava in tutto. Elia era nato povero, Francesco no. Elia aveva studiato, si era laureato a Bologna, aveva confidenza con i concetti, le elucubrazioni intellettuali. Francesco, invece, sosteneva che il Vangelo non andava interpretato, bensì preso alla lettera. Elia sapeva che il suo maestro, a cui lo legava l’ambizione di essere qualcuno, aveva uno sguardo più profondo del suo, nonostante avesse meno cultura. Perciò non lo amava. Perché Elia era un mediocre e Francesco no. Così, d’accordo con Ugolino, lo convinse a firmare una regola che consegnò il messaggio francescano a una vita più comoda, a una diversa povertà. L’intuizione del poverello di Assisi subì un duro colpo, il suo messaggio invece valicò i confini del tempo, a dispetto di tutto e dell’invidia di Frate Elia. Lui continuò a vivere di nulla, di lavoro manuale e di elemosina, teso all’altrove che vedeva già sulla terra, nello sguardo degli altri, nell’interconnessione che ci vuole una sola cosa, ‘ora e qui’. Si isolava sempre di più, tra gli anfratti della Verna, alla ricerca del dio che è dentro le cose. Leone gli era amico come sempre, Francesco lo sapeva, di lui poteva fidarsi. Così, nell’umido dei boschi gli consegnò la Chartula, che l’altro portò nascosta in una tasca del saio fino alla morte. Era un gesto di amicizia che Leone non dimenticò mai. Dio è amore, Dio è ovunque, scrive Francesco. E’ forte, è grande, è altissimo. E’ pace, gaudio, dolcezza infinita. Tu es sanctus dominus deus, conclude. La stessa limpida visione di quando, giovanissimo, era partito per Roma all’insaputa del padre e aveva indossato i panni lerci, le braghe incrostate di un mendicante. E poi aveva osservato, senza giudicare, le pance grasse dei vescovi e dei prelati in Piazza San Pietro, le loro mani inanellate, il loro tradimento. Così, semplicemente, aveva deciso di fare della sua storia una cosa diversa. Dandosi una traiettoria, fece dell’amore il suo foglio di via. Indimenticato Francesco, che ancora sa emozionare e turbare le nostre vite, a distanza di secoli, e che rivive in questo libro con una potenza e una forza di cui dobbiamo esser grati al suo autore.

Commenti

  1. Hai scritto una bellissima recensione. Me ne congratulo. Giovan Battista Vico esortò a penetrare nei misteri della Storia facendo leva sull'intuizione e, soprattutto, usando il buon senso. Questi sono gli unici strumenti veramente validi. Per coloro che invece non comprendono (ossia per i quali il cuore è chiuso) valgano le antiche parole: "Quando egli fu solo, i suoi discepoli con i dodici, lo interrogarono circa le parabole. Egli disse loro: "A voi è stato dato il Regno di Dio, ma a quelli che sono fuori tutto è proposto in parabole, affinché guardino bene, ma non vedano, odano bene ma non intendano affinché non si CONVERTANO E NON SIA LORO PERDONATO".

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  2. Bellissimo il tuo commento e tutto ciò che sottende. Finchè non si convertano. Ancora oggi, in quanti comprendono cosa vogliano dire queste parole? Che non basta leggere, così come non basta guardare. Che la realtà non esiste, finchè non impariamo a 'vederla'. Ti ringrazio. Tullia

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