Una perfida dolcezza

Si risvegliò dallo stordimento del piacere perché qualcuno lo stava chiamando al telefono. Si sciolse allora dall'abbraccio di lei, annaspò nel buio alla ricerca del cellulare.  Il display lampeggiò a lungo, un riflesso sulla testiera del letto che iniziò a innervosirlo.
Tutto allora prese a causargli disagio: la gamba di lei di traverso sulle sue,  i panni gettati alla rinfusa sulla poltrona. La stessa poltrona, di un velluto sbiadito che s’ostinava a non vedere, perché quello era l’unico albergo subito dopo l’uscita dalla tangenziale, il più vicino all’ufficio.
Era sua moglie. Fece una voce stentorea, le disse ‘sono occupato’, come se quella inopportuna telefonata avesse interrotto discorsi importanti, ineludibili. Poi aggiunse: - Abbi solo un po’ di pazienza, tra un'ora sarò a casa.

La luce penetrava tra le persiane, lei vedeva il suo profilo, il profilo del suo petto. Vi fece passare sopra le dita, lentamente. Avevano fatto all’amore nella solita maniera precipitosa e confusa, mormorando le frasi ubriache che li eccitavano e che all’inizio riuscivano a farla sentire importante. Un tormentare di seni e di pelle, morsi sulle spalle: lei aveva affondato i denti nella carne più duramente, per lasciargli il segno, stavolta. Per vincere l'imbarazzo, scivolando fuori dall’abbraccio e dal groviglio delle lenzuola, lui aveva controllato che la chiamata fosse terminata e poi aveva mormorato: - Mi reclama a casa. Lo specchio dinanzi al letto rimandava le loro immagini deformate dalla distanza e dalla penombra. Una gamba, un braccio; il nero dei capelli di lei che sembrava macchiare il cuscino. S’era vista, per un attimo, mentre faceva l’amore. Per distrazione aveva rivolto lo sguardo dinanzi a sé: il suo volto contratto in una smorfia e la schiena di lui, curva e magra come quella di un vecchio. Le era sembrato distante da quel luogo, immerso in un mondo che lo consolava e che non ammetteva vere presenze. Avrebbe dovuto cercare una colpa, ma d’un tratto si sentì stanca. - Abbi solo un po’ di pazienza, tra un'ora sarò a casa, aveva detto. C'era stata una dolcezza, nella sua voce, che l’aveva ferita. Come se quell’uomo – che era ancora un bell’uomo, un amatore di donne -,  le apparisse per la prima volta per ciò che era: un organizzatore di istanti, un separatore di momenti.

Saliva dalle lenzuola un odore di sudore e di umori; smise di guardarlo, fissò a lungo il parato giallastro; gialla la poltrona di velluto, d’un colore triste la testiera del letto. La stanza, così anonima, viveva di altre vite: di gemiti, sonno, risate confuse nella notte. Non era abitata dalla loro storia, e neppure dai loro corpi. Dalla strada sentì salire una canzone francese degli anni ‘30 che non riconosceva. Qualcosa, nella voce del cantante, la commosse come la commuoveva l’idea di lui, e si sentì sciocca.
Lo immaginò nell’istante successivo e le sembrò allora di vedere, come fosse nascosta dietro il collo del suo amante, l’uscita dalla tangenziale; la strada, quella che percorrevano separati, dipanarsi lungo curve strette, mentre l’auto correva; il cavalcavia, gli alberi e gli ultimi passanti frettolosi in fuga dalla notte. E poi, veloce, si vide andare verso le luci calde della città; le finestre, le tende, dentro l’ambra bruciata delle lampade; in breve fu nel tepore di una casa ordinata, giù verso il fondo dei cassetti, tra i minuscoli oggetti che lui certamente conservava, con la follia del separatore di eventi. Si rannicchiò in quel calore, in quella vuota oscurità.
Dunque lì, protetto da quell’ordine e da quel calore, dopo un po’, certamente approfittando di una distrazione, di un’interruzione dei discorsi o di una pausa pubblicitaria - ancora soddisfatto, perduto nel ricordo del piacere -, lui avrebbe pensato a lei. E una perfida dolcezza lo avrebbe invaso.

Si vide allora persa nell’inganno, nell’idea di un tempo non suo, che lui scomponeva a suo piacimento, come un prestigiatore, un funambolo: sospeso tra realtà ed irrealtà. E lei, forse, non era né dall’una né dall’altra parte: semplicemente, non esisteva.

Così si immaginò percorrere la medesima strada dalle curve strette all’uscita della tangenziale; superare il casello che l’avrebbe definitivamente separata da lui, ancora contenta nel saluto dal finestrino, ancora per poco.
Si guardò andare oltre gli alberi e i passanti; verso casa, superata la chiesa e il benzinaio, il bar e l’edicola dove comprava il giornale tutte le mattine. E poi risentì il peso, quello con cui si trascinava fino al bagno al risveglio, presa da una mancanza e dal silenzio. I passi misurati, il cappotto sulle spalle, la compressione dei collant sulle gambe; e poi, di colpo, la nebbia che evaporava dai palazzi, indifferente a tutta quella solitudine.
Si sentì, come tutti, in un altro posto.

Lui le chiese, a un tratto, cosa avesse, risvegliandosi dal torpore. Nella sua mente voci e volti s’erano accavallati: il suo amore per le donne prendeva forma nel viso allegro di lei, nella forma generosa del suo seno. Così amava pensarla: come un sunto, un’icona, un riassunto degli amori della sua vita. Invecchiava, era forse per quello.

La sua voce le giunse da una grande distanza, fece uno sforzo per rispondergli. L’aveva condotta in un altro luogo senza saperlo; costretta ad andar via, a non esserci più. Lui fissò il soffitto grattandosi una gamba, poi accese una sigaretta, gliela offrì per un tiro. Le disse che era splendido fare l’amore con lei, ma non avrebbe saputo dire se davvero fosse così; quella donna rappresentava una quadratura e una salvezza, in fondo. O un’abitudine come le altre. Lei disse – Tutto bene, poi s’alzò. L’uomo rimase a guardare quel corpo giovane, che il tempo ancora non lambiva.
Invidiava la straordinaria giovinezza della sua amante. Gli mancava in se stesso come un’omissione, una promessa tradita. Aveva ingannato i suoi anni come tutti e ora li vedeva dichiarati in lei: forse anche per questo non si decideva a lasciarla.

Invece lei, rivestendosi, si sentì stanca e seppe in un attimo che non ci sarebbero stati saluti dal finestrino, quella volta, perché la strada l’avrebbe inghiottita con  violenza.
Si salutarono davanti all’hotel: le diede un bacio leggero sulla fronte e lei non si sottrasse. Anzi si nascose in quell’abbraccio per l'ultima volta.
Le sembrò di non sentire il suo corpo. E anche quello era un segno.
Quando arrivò a casa andò a sedersi sul divano. Non accese l’interruttore. Faceva freddo e, tra le imposte, passava la luce solitaria della sera. Dalla cucina sentiva lo sgocciolìo del rubinetto. Era il respiro della casa, che viveva all’insaputa di lei. Sorrise, nel buio. Si tolse le scarpe, le calze, i pantaloni. Le sue gambe avevano la consistenza delle cose e degli oggetti. Sapeva che, tra un po’, il silenzio sarebbe stato interrotto dallo squillo del telefono. Quella storia andava così.

Chiuse gli occhi. Non riusciva a immaginare né viaggi né distanze né vendette. Era un buon segno.
Quando il cellulare iniziò a vibrare lei non si mosse. Era certamente lui, ma non si diede la pena di verificare; era sceso a buttare la spazzatura. A quell'ora c'era sempre un pensiero per lei, tra l'immondizia ed i gatti in amore.
Ora guardava fuori dalla finestra. Sarebbe arrivata l'alba, col suo chiarore azzurrognolo. L'odore della panetteria ed i suoni delle radio. Le venne in mente il titolo di quella canzone: Vous, qui passez sans me voir.
Ma non le importava più.

Tullia Bartolini

Commenti

  1. Quanto squallore in quella camera d'albergo...


    PS. è UN pezzo del tuo romanzo?

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