domenica 8 aprile 2018

Ma poi ti ho guardata, madre






Ma poi ti ho guardata, madre, e ho pensato al tuo tempo, fatto di pochi luoghi capaci di racchiudere il mondo. Non c’era bisogno di partire, allora, il viaggio era un'altra cosa, si era turisti per poter ritornare, rinfrancati, agli orizzonti consueti.
E’ uno solo il posto in cui si torna, dopotutto, una sola la casa in cui si muore e, se non sarà una casa, sarà un luogo circoscritto, ossia quello destinato. Non si può morire sparsi per il mondo, in pezzi indistinti, nessuno di noi può collocarsi oltre un dato spazio e un dato tempo. Bisogna costruire la propria vita su basi solide che non mutino come le stagioni, appoggiarsi a pochi concetti a cui tener fede. Tutto ha una sua durata, bisogna solo riconoscere il posto adatto a sé e averne cura, destinargli un’eternità, anche se fittizia. 
Pensavo a tutte queste cose stringendo la tua mano sul bracciolo della poltrona, mamma, in questa casa in cui sono cresciuta, la cui porta è stata sempre aperta, una casa nella quale tu rappresentavi la mia eternità, la stessa che ho perso, che non afferro più, perché ogni scelta mi sembra contenga in sé una morte, una conclusione, così non ho scelto più niente davvero, avrei potuto chiamarmi con un nome qualsiasi, non sarebbe cambiato nulla. 

- Cosa vuoi che ne sappia io - potresti dirmi -, che ho corretto i compiti nella stessa cucina per quarant’anni e che, nella stessa cucina, ho preso ogni mattina il mio caffè – entravamo in casa e mi dicevi "resta un altro po’", ti faccio un caffè, ricordi, mamma? – cosa vuoi che possa dire a te, che appena arrivi in un posto pensi già a come fare per andartene? Magari posso dirti che ti stai illudendo, il che può anche essere vero, ma ognuno affronta la vita come può, tutti ce ne andremo e, se è vero che sarà solo uno il posto dove moriremo, è anche vero che siamo liberi, in vita, di sparpagliare noi stessi in tanti pezzi, nei cuori degli altri, per esempio, o tra le strade di mille città, costruendo il nostro fortilizio nella memoria delle persone che ci hanno ospitato, figlia mia irrequieta. Io ho pensato che la vita fosse sposarsi, metter su famiglia, crescere i propri figli e piantare le proprie radici in una città che fosse quella e solo quella, scelta in un dato frammento della mia vita e poi per sempre. 

Ma tu non parli, mamma, ti vedo persa in una lontananza da cui ogni tanto affiora il tuo sguardo e il tuo sorriso di un tempo, anche se in me risuona la tua voce, ed è questo il vero frutto, penso, questa la bellezza che hai seminato. Forse la mia casa è la tua voce, la tua voce come centro di tutti i crocevia.

giovedì 5 aprile 2018

I giorni di festa





I giorni di festa.
Le Pasque, i Natali, talvolta confusi tra di loro, processioni di immagini, echi di risate, brani di frasi che fanno parte della retorica dello stare al mondo, facce, smorfie, lineamenti che il tempo ha modellato, cancellato, che continua a cancellare, a modificare.
Questi giorni sono isole senza contesto in cui imprigiono qualche dato che ha a che fare con me stessa, con la mia vita, con le persone che ne fanno parte, incastonate come in un gioiello: il sorriso dei figli, l'aria dicembrina, le luci colorate, le mani di mia madre poggiate con grazia sui braccioli della poltrona.