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Viaggio in Cina: un cielo dimenticato

Questo è il resoconto di un viaggio e di cosa mi sono portata a casa (lo trovate anche qui: http://www.artempori.it/artempori/2015/08/04/la-cina-e-il-cielo-dimenticato-appunti-di-viaggio/?preview=true ).

La Cina non è un paese che possa lasciare indifferenti. Troppa bellezza, troppa bruttezza, troppo smog. Troppa inutile omologazione a un occidente dal quale ha preso (e prende) il peggio. La Cina è un monito su come rischiamo seriamente di diventare: indifferenti al passato e alla bellezza.
In nome del dio PIL.




Pechino. Sono in una delle città più belle del mondo, come scrisse Pierre Loti, inarrivabile e misteriosa, immersa nella nebbia dei gas di scarico delle auto, circondata dai vapori delle fabbriche che non smettono mai di produrre.
Nella hall dell'hotel si respira, è un’oasi di pace nel traffico, tra le biciclette, i motorini sfreccianti, le auto. Dico alla guida che vivo in una città con poco più di sessantamila abitanti. Ride: in Cina, quelle come la mia, non le chiamano neppure città. La prima tappa è Piazza Tienanmen.
E’ giorno, è estate, non piove. Ma il cielo è offuscato da una caligine biancastra di smog e polveri sottili. Da lontano, si intravede a stento il mausoleo di Mao. I contadini in visita alla città si commuovono ancora nel vedere (quando lo smog lo permette) il quadro col suo faccione. L’ultimo imperatore, in fin dei conti, è stato lui.
Di notte, però, la capitale si illumina d’artificio e colori. Pulita come una città europea, splendida nel bagliore dei fari che spezzano le nebbie, dorata nel colore caldo dei lampioni. Il Palazzo d’estate, distrutto e ricostruito, è bello nonostante tutto: il grigio e l’aria spessa e soffocante. Cammino lungo il corridoio dove passeggiava Cixi, la concubina dalle mille vite che usurpò il rango di imperatrice dando il figlio maschio all’Impero. Mao ha distrutto templi, pagode, le mura della città: perdite definitive, irrecuperabili. Le Guardie Rosse hanno tagliato di netto le teste dei leoni che decoravano gli ingressi degli hutong. Dove c’erano case a corte ombreggiate dagli alberi, laghi in cui ondeggiavano i fiori di loto, vivono, dal 1949, numerose famiglie che non hanno neppure un bagno. Ogni cinquanta metri si trova un gabinetto pubblico, che viene pulito a spese dell’amministrazione tre volte al giorno. Costruzioni grigie, tutte uguali, hanno preso il posto delle case di epoca imperiale, rase ovviamente al suolo. I bagni sono sporchi, dagli uscii arriva un odore nauseabondo, la gente fa i propri bisogni davanti a tutti, in molte di queste latrine mancano anche le porte. In centro ci sono isole pedonali che rifanno il verso all’antica Pechino: palazzi restaurati, spesso con parti di altri palazzi, di altre regioni della Cina, in un collage che ha tentato, già all’epoca di Deng Xiaoping, di restituire dignità alla bellezza. Nulla ha avuto un senso, dopo Mao, se non quello di consegnare il Paese al capitalismo: risposta e reazione.
Ora la Cina ha il Pil più alto del mondo, è affollata, soprattutto ad Est del Paese, da un miliardo e quattro di persone; sono pochissimi i ricchi, le campagne limitrofe ai nuclei abitati sono state cementificate, appaiono affollate di costruzioni e fabbriche. Il cielo è quasi ovunque intossicato dai veleni. La Cina delle dinastie è solo un lontanissimo ricordo, buono solo per i turisti in libera uscita. A casa del nipote del cuoco dell’ultimo imperatore (anche lui cuoco) abbiamo imparato a fare i ravioli. Lui gode di un tenore di vita migliore di altri, percepisce una bella pensione; ma preferisce arrotondare le entrate accogliendo i turisti nel suo hutong a due passi dalla Torre del Tamburo. Ci chiede quanto possa costare una casa a Venezia. Molto meno del suo piccolo hutong, paradossalmente. Che è piccolo, arredato in modo kitsch, eppure vi regna la pace e il feng shui pare studiato alla perfezione perché non entri, tra quelle pareti, il caos della città. Ci sto così bene che quasi non me ne andrei…
Lasciamo Pechino dopo una lunga passeggiata lungo la Grande Muraglia: un’esperienza stupenda, non disturbata più di tanto dalla miriade di turisti giapponesi che la invadono ogni giorno. Abbiamo comunque scelto il percorso meno affollato e, nonostante in Cina il recupero dei monumenti abbia uno scarso carattere conservativo, qui resta la bellezza e l’incanto.

Lungo la strada

Tempio sospeso




La camera dell'ultimo monaco




Nei pressi di Datong



Pingyao


Antiche mura di Xi'an
Strade di Xi'an











In Cina, le distanze sono immense, le città sovrappopolate, i ‘villaggi’ contano milioni di abitanti. Speriamo sempre in un cielo azzurro, aperto. Arriviamo in treno a Datong, dopo una notte insonne, e la guida ci racconta che un sindaco illuminato ha varato una politica che riduce le emissioni dei gas e delle polveri sottili nell’aria. Infatti il cielo appare meno asfittico e, quando visitiamo le sculture nella roccia di Yungang, una gioia profonda ci assale. Una miriade di immagini del Buddha scolpite nella roccia, di grandi dimensioni ma anche piccolissime, accompagnano il percorso, nel profumo degli incensieri. Poco lontano, le tracce dei carri che hanno scavato la strada, ai tempi delle grandi carovane dei commercianti lungo la Via della Seta. La regione dello Shanxi, scopriremo poi, è una delle più belle della Cina: visitiamo il Tempio sospeso, che sorge ai piedi monte Hen, abitato fino a qualche decennio fa dall’ultimo monaco buddhista. Si raggiunge salendo una comoda scalinata. Un tempo, però, i pellegrini affrontavano strade impervie e numerosi pericoli per andarvi a pregare. Il tempio fu costruito 1500 anni fa da Liao Ran, in modo da dominare le inondazioni del fiume, ricorrendo a tecniche raffinatissime e senza adoperare neppure un chiodo. La stanza dove l’ultimo ospite dormiva è ancora lì, pare di vederlo alzarsi nel freddo del mattino per preparare the caldo ai viandanti stremati.
La vera sorpresa , però, ci aspetta a Pingyao: una città intatta, millenaria, protetta da antichissime mura, risparmiata dalle Guardie Rosse di Mao perché, al tempo, era in una posizione isolata rispetto al resto della nazione. Le facciate dei palazzi, l’acciottolato, le porte, i mercati: i colori, le bancarelle (che vendono pura paccottiglia in stile cinese)e le lanterne rosse ondeggianti al vento, ne fanno un luogo incantevole. E’ quello che sogniamo ogni volta che pensiamo alla Cina imperiale: alle pagode, agli imperatori, alle dinastie. Dominata dal colore grigio delle case, purtroppo chiusa da un cielo asfittico (come quasi tutte le città cinesi), non è per questo meno affascinante. Stesso clima si respira nell’antico (e brutto) villaggio Zhangbi, dove Zhang Yimòu girò il film ‘Lanterne rosse’: qui visitiamo la residenza della famiglia Wang, un meraviglioso labirinto di ponti, stanze, strade, cortili, archi, porte e giardini da togliere il fiato.
Con l’aereo tagliamo enormi distanze, visitiamo Xian, Chengdu, Leshan. I guerrieri di terracotta (non uno uguale all’altro), patrimonio dell’Umanità, creati per volere dell’Imperatore più crudele di tutte le dinastie, sono presi d’assalto dai turisti. Dispiace sapere che furono tutti distrutti dalla rivolta contadina contro l’Impero, e che molti ancora sono da rimettere assieme, pezzo per pezzo: bellezza faticosamente restituita al tempo, in una città, Xian, che era tra le più antiche della Cina e che, adesso, soffoca dentro una cortina di smog e nebbia. Oltre alla Grande Moschea (dove gli interventi di restauro non hanno tolto fascino all’edificio, fortunatamente) e alla strada musulmana (in cui si vendono oggetti kitsch e solite pacchianerie, ma si può trovare dell’ottimo cibo di strada) non si vede che un caotico ammasso di grattacieli e palazzi costruiti a tempo di record, brutti e disarmonici. Anche la Pagoda dell’Oca, restaurata in modo invasivo come sempre accade, qui in Cina, non esercita alcun fascino, ai miei occhi. Se almeno ci fosse il sole…
Anche a Chengdu poca bellezza e molto traffico: i Panda sono la sola ragione che possa giustificare la visita a questa città. Animali pigri, che trovano noioso anche riprodursi, ma che sono meravigliosi nella loro quieta, pacata presenza. Tutto è così diverso dalla città, nel Giant Panda Breeding Research Base! Immerso nel verde, nella pace, sotto una pioggerella che sembra dar tregua alla chiusura del cielo e che fa luccicare le foglie dei bambù.
La tappa successiva, Guilin, non conserva alcuna parte dell’antica bellezza: da lì, però, ci si può imbarcare per attraversare il fiume Li e arrivare, d’incanto, in un luogo sospeso nel tempo. Ecco, appena sbarcati, le case in calce, le piccole strade percorse dalle bici, e poco importa che, all’arrivo, si sia stati presi d’assalto dai venditori di souvenir. Siamo a Yangshuo e il centro del paese è un’infilata di bancarelle e negozi che vendono – talvolta - oggetti di straordinaria bellezza, manufatti delle minoranze etniche. La struttura in cui ci fermiamo è eco-sostenibile: mobili in bambù e impianti a risparmio energetico. Non c’è neppure la Tv: chi vuole, può prendere dei dvd e godersi i film che desidera. Sembra di essere in un interno come quelli descritti dalla Duras ne ‘L’amante’. Lungo l’affluente del fiume Li scivolano le zattere che trasportano i turisti. Ci concediamo un giro, con tanto di foto scattata da una delle strutture galleggianti disseminate lungo l’argine. Tutto è rallentato, perfino il sole spunta da dietro le nuvole: ci sembra un miracolo. Il mattino dopo, un lungo giro in bici nel cuore delle campagne, tra le case imbiancate e le risaie: campi di fiori di loto, terra rossa, bambini che rincorrono le galline.

Shanghai

Vista (?)su Shanghai



Il Bund

Ma poi arriva Shanghai. La città col secondo grattacielo più alto del mondo, oltre seicento metri che svettano nello smog più fitto, è una metropoli senza fascino e senza storia. Negozi grandi firme, solite marche per tutti i gusti, traffico congestionato. Un condensato di ciò che la Cina è diventata. L’economia è perno del sistema; non è sufficiente fuggire lontano, in provincia. Il sistema ti rincorre comunque: la terra è un peso, coltivarla troppo faticoso. Chi nasce in Cina, d’altronde, deve aver dimenticato che colore ha il cielo, e dubito abbia mai visto le stelle. La massa rincorre l’omologazione, la cultura millenaria di questo Paese è stata stravolta, violentata, recuperata in ritardo e malamente. A Shanghai, un tempo, i viaggiatori che approdavano si ritrovavano davanti il Bund: palazzi di inizio novecento, con tutto il fascino coloniale che ancora emanano; e poi c’erano i quartieri delle concessioni inglesi e francesi. Oggi, il quartiere è bello solo di sera, quando si illumina di mille colori e si spezza la cortina di smog che avvolge tutta la città. Allora, una folla di turisti, cittadini, vecchi e bambini, si affanna a fare selfie sullo sfondo dei prodigi del mondo moderno. Palazzi illuminati da scritte pubblicitarie, rutilanti cascate di lustrini, improvvisi lampi d’artificio: tutto secondo il diktat del ‘mangia, consuma, crepa’. Ma pochi sembrano accorgersene. L’artificio viene riprodotto nelle hall dei grandi alberghi, nei negozi dove è possibile farsi rapire dalla tecnologia; e non fatevi ingannare dalla giada che luccica dietro le vetrine delle gioiellerie. E’ tutto un fake, a meno che non fuggiate dalle grandi città e vi facciate prendere  da qualche storia, con un libro nello zaino che vi aiuti a comprendere (senza giustificare) uno dei Paesi più misteriosi e affascinanti del mondo. Allora, dai cortili degli hutong, con un sorriso pacificato, potrà venirvi incontro un funzionario dell’epoca Ming, avvolto ancora nei suoi abiti di seta.
Ha un grillo in una gabbia che gli fa buona compagnia, o un pappagallo che vi saluta cordiale. Con un cenno del capo vi invita a entrare, a godere della frescura del cortile, sotto le tamerici che ondeggiano al vento.
In Cina, forse, è possibile ancora immaginare. Per il resto – ma non voglio crederci fino in fondo – è troppo tardi.

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