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“A uno a uno le fil cuntavano”: la leggenda delle streghe nel Sannio

La leggenda delle streghe nacque e si sviluppò nel nord Europa soprattutto dopo la pubblicazione del Malleus Maleficarum, letteralmente il ‘martello delle streghe’, il manuale anti-stregoneria per eccellenza, che mirava a colpire donne e uomini in grado di praticare la magia nera. In Italia il fenomeno prese piede nonostante il clima di demonomania che vide vittime le donne e i loro saperi: siamo nel 1300, è del 1340 il primo rogo per stregoneria. Chi non conosce la leggenda delle streghe beneventane? Essa si incardina lungo un lunghissimo asse temporale che vede protagoniste queste dominae nocturnae, legate a doppio filo alla notte (il termine strega deriva infatti da strix, uccello notturno) e ai suoi misteri. Erano conoscitrici di erbe e spesso capaci più dei medici ufficiali (tutti uomini, naturalmente) di curare i malanni. Venivano chiamare janare, dal termine latino ‘janua’, che, tradotto, vuol dire ‘porta’. Era appunto dinanzi alla porta di casa che veniva collocata una scopa che doveva distrarre la povera strega dalle sue cattive intenzioni. La janara, nella realtà, era un’esperta ‘ curandera’, temuta per le sue conoscenze: donna libera, vedova o mai maritata, che se ne fregava delle regole sociali.
Il documentario beneventano “A uno a uno le fil cuntavano”: la leggenda delle streghe nel Sannio, nasce da un'idea di Francesca Gerardo che, con la collaborazione di Marialaura Simeone e per la regia di Umberto Rinaldi, ha scelto di ripercorrere la storia delle streghe nel Sannio. Sarà presentato al Mulino Pacifico, in Via Appio Claudio, questo sabato, alle ore 18 e 30. Ho rivolto alcune domande a Marialaura, incuriosita dal progetto che ha coinvolto miti, leggende e voci di quanti, con le streghe, hanno avuto un rapporto più diretto.
Un bel primo piano di Marialaura Simeone
“Come vi è venuta l’idea di fare quattro passi con le janare?” “Il progetto, finanziato dal programma ‘Gioventù in azione’, nasce da un'idea di Francesca Gerardo e del gruppo informale ‘A spasso con le streghe’, appositamente costituito e di cui è responsabile Titti Saccomanno. Nel documentario, specie in quello non narrativo, ha contato molto il lavoro di squadra e l'apporto di ognuno di noi. Io, Francesca e il regista Umberto Rinaldi abbiamo lavorato in team sia per la stesura del piano di lavoro del documentario, sia per la ricerca di fonti; assieme ci siamo occupati delle interviste e del montaggio del lavoro. Poi non va dimenticato l'apporto del direttore della fotografia Giovanni Bocchino, del tecnico audio Angelo Cusano, delle musiche di Enrico Falbo, dell'arrangiamento, da parte di Natalì Rossi, di una filastrocca su una strega … una chicca, come vedrete!”. “Pensi si possa realmente valorizzare il Sannio attraverso le sue leggende?” “Non abbiamo dubbi, in proposito. Direi che l’intento, ab origine, era proprio questo. Poi, in itinere, lo è diventato ancora di più. Il lavoro ci ha portati a riscoprire molti luoghi del nostro territorio. E poi a Cerreto, San Salvatore Telesino, Pontelandolfo, San Lupo, San Bartolomeo in Galdo, San Giorgio La Molara, in tutti i posti dove, secondo la leggenda o la credenza popolare, si incontravano le streghe, abbiamo potuto constatare la similarità dei paesaggi. Ciò vuol dire che la morfologia di un territorio conta molto, per la diffusione di determinate storie. Diventa così quanto mai importante scoprire ciò che si racconta per capire il luogo che si abita. L'associazione CAAT, di cui Francesca Gerardo è Presidente, ha infatti già nell'acronimo la parola territorio, come obiettivo programmatico, insieme a cultura, ambiente e arte, gli elementi che costituiscono l'essenza di una comunità”. “Parlami dei personaggi che avete intervistato” “Ci sono diversi tipi di interviste, nel documentario. C'è una parte più “storica” di ricostruzione della leggenda con l'apporto di Riccardo Valli, Francesco Morante, Paola Caruso. C'è una parte più suggestiva con Maria Pia Selvaggio e con te, Tullia; poi, ci sono le persone intervistate nei vari contesti: Roberto Pellino (Stretto di Barba), Gianna D'andrea (Cerreto), Michelangelo Pizzi (San Bartolomeo in Galdo), giusto per ricordarne qualcuno. E poi ci sono le testimonianze di chi con le streghe ha avuto un contatto diretto...”. “Cosa mi dici delle streghe in chiave iconografica?” “Innanzitutto distinguiamo l'iconografia ‘commerciale’ – quella che ha sfruttato certi simboli – da quella utile a ricostruire la leggenda. C'è la strega che vola sulla scopa o a cavalcioni del demonio, che si accoppia durante i Sabba e sfida il mos maiorum; ma c’è anche quella raffigurata quale “herbaria”, ossia quale guaritrice che attinge ai segreti medicamentosi di erbe e piante (aspetto non trascurabile nella storia delle streghe e della rappresentazione che di esse è stata fatta). Questa è la strega più vicina al vero, che creava scompiglio, perché l’attività di guaritrici era spesso accompagnata da uno stile di vita libero, al di là degli schemi. L'iconografia entra in parte nel documentario, ma accanto alla scrittura sulle streghe e accanto alla storia orale”. “Penso, a proposito di donne capaci di autodeterminarsi, a Bellezza Orsini: nel cinquecento era in grado - lei che era stata sguattera e cuoca - di leggere e scrivere. Cosa non può l’intelligenza! Un’ultima domanda, Marialaura. Qual è il significato del titolo del documentario?” “Il titolo ‘a uno a uno le fil' cuntavano’ si riferisce, naturalmente, ai fili della scopa che le streghe erano costrette a contare prima di poter entrare in casa, ma mi fa venire in mente anche che ‘cuntare’ in alcuni dialetti sta per ‘raccontare’. Ecco, il documentario ha tanti fili, tante storie cresciute attorno alla leggenda che volevamo raccontare. Non siamo andati a caccia di streghe, non ci interessava, quello che volevamo fare era raccogliere racconti sulle streghe, sullo sfondo di un paesaggio determinato e determinante”.

Commenti

  1. Anche dalle mie parti si raccontano storie di "Janare". Chi è nata la notte di Natale, lo diventerebbe naturalmente, ma, chiunque, dotata di forte volontà, lo può diventare. Apparentemente si dice siano "come le altre donne". Quando ero piccolo alcuni erano soliti mettere una borsa di sale o, meglio, una scopa dietro la porta, al fine di distrarle ed evitare di dare "addobbiu" e anche "sturzellane" agli arti dei bambini. Oggi, però, non se ne parla più...

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