Stefania Leone e il senso della bellezza. Un'intervista.

Stefania Leone, classe 1974, architetto, artista, saggista, amica da tanti anni. Discreta, profonda, attratta instancabilmente dal bello e dal vero. Nonostante viva a Roma da un po' di tempo, la distanza non ci ha mai allontanate. Spesso mi confronto con lei sulle tematiche che mi stanno più a cuore e, ancora più spesso, la sua capacità di leggere nelle cose (e nell'animo delle persone) mi è di conforto. Ho voluto rivolgerle alcune domande per la rubrica "Interviste resistenti" . 

Stefania Leone 

❤️🖌️ 🎨 

Un architetto, un'artista, una donna eclettica. Se potessi definirti con poche parole, quali sceglieresti?


Grazie Tullia per avermi posto questa domanda. Mi considero una persona fondamentalmente accogliente, leale e discreta. Sono aspetti della mia personalità che confermano la mia naturale propensione alla scelta di luoghi silenziosi, poco affollati e all’assenza di confusione. Mi piace mettere ordine, sciogliere i nodi, fare chiarezza nel caos. Non amo le ambiguità, le frasi dette a metà o le mezze verità. Amo i gesti semplici e le persone umili capaci di generosità. Sono sicuramente una persona che dà in modo spontaneo senza chiedersi il perché. L’accoglienza è un aspetto legato alla mia capacità di rispettare la diversità. Aprirmi all’alterità e alla imprevedibilità della vita mi consente di nutrire una profonda speranza nel corso degli eventi. Credo che siano possibili piccoli miracoli, lì dove nessuno crede sia possibile cerco la soluzione. Il desiderio nasce dall’impossibile ed è capace di smuovere le montagne. Il mio essere ottimista è una forma eclettica del mio modo di essere al mondo, di imparare a vivere in questo mondo. Si tratta di un impegno di essere viva, un tentativo di percorrere una strada per vivere secondo una fede divergente dalla comune tendenza al cinismo.


Come nasce la passione per l'architettura, disciplina che poi ha condizionato i tuoi studi e la tua vita lavorativa?


Nel mio nucleo famigliare sono stata la prima a conseguire una laurea in architettura, una disciplina considerata ancora oggi prettamente maschile. Sicuramente è stata una scelta coraggiosa costellata da molte difficoltà. Ho scelto di iscrivermi alla facoltà di architettura di Napoli, la più vicina per me, quando avevo solo diciassette anni. Fino a quel momento non avevo le idee chiare sul mio futuro. Conoscevo solo la mia abilità nel disegno e per la matematica. Per la scelta di iscrivermi al primo anno della facoltà di architettura a Napoli, è  stato determinante l’incontro a scuola con l’architetto Vittorio Maria Berruti, uno dei docenti l’ultimo anno del liceo, l’anno della maturità. 

Con lui ho compreso la mia attitudine al disegno architettonico, la mia capacità per la ideazione di macchine abitative ed il disegno di dettagli costruttivi. Quando studiavo a Napoli, frequentavo molto i negozi di ferramenta per imparare i vari tipi di cerniere e gli attrezzi per montare e costruire arredi o strutture. Durante le vacanze non andavo spesso al mare ma trascorrevo volentieri il mio tempo nel laboratorio di falegnameria di mio padre. Era il mio mondo. Mettevo in ordine, pulivo i macchinari. Seduta sul mio sgabello, in un angolo, lo osservavo mentre era all’opera con movimenti lenti e precisi. Si muoveva come se danzasse. Guardavo un uomo innamorato del proprio mestiere. 

In questo luogo ho iniziato a dipingere le mie tele di grande formato. 

Prima di approdare al mio lavoro attuale, ho vissuto diverse esperienze lavorative grazie alle quali ho compreso che, lavorare in una pubblica amministrazione e mettere a disposizione la mia esperienza per garantire un servizio alla collettività, è ciò che offre un senso alla mia professione.

Al mio impegno istituzionale attuale, si accompagna una costante ricerca fotografica e pittorica, ma soprattutto una attività quotidiana nell’approfondimento di tematiche legate al disagio psichico e del nostro abitare contemporaneo nelle nostre città. In particolare ho a cuore il tema della dimensione abitativa e del diritto ad avere un “tetto” sopra la nostra testa, perché nessuno venga escluso dalla possibilità di abitare una casa, quale luogo eletto a salvaguardare la nostra dignità di esseri umani in un contesto creato dal programma della civiltà.


Dipingi da sempre. Puoi dirmi chi è l'artista che, con le sue opere, ti ha influenzata maggiormente?


Ho iniziato a disegnare da bambina. Posso dire di aver imparato prima a disegnare e poi a parlare. Il disegno è il linguaggio con il quale mi esprimo di più, a partire dalla scelta della dimensione delle tele, dei colori, dei pennelli.

Ho iniziato a dipingere su grandi formati quando frequentavo la facoltà di architettura nel laboratorio di mio padre e per molti anni ho disegnato ciò che conoscevo di più: paesaggi urbani. 

Negli ultimi anni ho preferito definire un paesaggio composto da strati di colore, sovrapposizioni e stratificazioni di pennellate, forme parallele e geometriche di colori. Ho osservato le tele di Mark Rothko, Nicolas de Staël, Giovanni Frangi, Alberto Burri e ho rintracciato nelle forme delle loro composizioni, un modo nuovo con cui posso dipingere liberando le forme dai contorni definiti, quale espressione del mio nuovo modo di creare una pittura più essenziale, più libera, creata per sottrazione di dettagli e di linee, di geometrie informi, spontanee, fuori controllo, dove ciò che avanza è l’inconscio dell’opera.

Nicolas de Staël , «Paysage de Provence», 1953 © Adagp, Paris, 2018, foto © Museo Thyssen Bornemisza, Madrid 

Qual è la tua città dell'anima? Hai lasciato Benevento qualche anno fa e ora vivi a Roma. Cosa ci lega ai luoghi della nostra vita?

La città dell’anima per me resta Napoli, che mi ha accolta quando ho lasciato il rifugio protetto della mia famiglia. È la città che mi ha formata ad essere ciò che sono, una città viva, teatrale e libera. La presenza del mare la rende speciale, aperta al mondo circostante. I napoletani sono come la città che abitano: aperti e generosi. Mi sento un po’ napoletana nel mio modo di pormi alla vita con slancio e curiosità. 

Dopo la mia permanenza napoletana ho vissuto nella mia città, Benevento, una dimensione più riservata, più intima  di Napoli, che ho imparato a conoscere per la prima volta con uno sguardo nuovo dopo aver compiuto i  miei trent’anni. La nostra città è sicuramente ricca di testimonianze storiche che la rendono inconfondibile. Oggi vivo e lavoro a Roma, la città eterna. La capitale più verde ed estesa d’Europa. Una metropoli complessa e affascinante per le dinamiche che la muovono ma anche alienante per certi versi, date le dimensioni enormi che la rendono ai miei occhi difficile da abitare. Malgrado le difficoltà iniziali, Roma resta per me una città tutta da scoprire. Sono solo all’inizio di un viaggio che non so dove mi condurrà.


Lo scrittore - o gli scrittori - che ami di più. Il ruolo della psicanalisi nella nostra esistenza. Cosa pensi di questo strumento che ci consente di esplorare l'inconscio?


Gli scrittori che ho sempre apprezzato per lo stile semplice del modo di narrare e descrivere sono per me ancora oggi Italo Calvino, Peter Cameron, Philippe Roth, David Grossman, Amos Oz, Di recente ho scoperto le scritture di Emmanuel Carrère ed Annie Ernaux. 

Il ruolo della psicoanalisi credo sia dato dalla possibilità che offre di ripartire, di riscrivere il nostro destino voluto da altri. Un destino che non abbiamo scelto. Ripartire è possibile se si accetta una postura scomoda dell’essere umano: l’io non è padrone in casa propria, direbbe Freud, che in termini più comprensibili vuol dire che le nostre vite sono spinte da una forza che non decidiamo e che ci governa. Questa forza è il desiderio. Un desiderio che non ha né una vocazione disciplinare, né trasgressiva. La legge del desiderio nutre la vita dell’uomo portandolo al compimento della propria vocazione, del suo essere venuto al mondo. Grazie al lavoro di Massimo Recalcati ho conosciuto la psicoanalisi lacaniana e  affrontato la lettura dei testi di Jacques  Lacan, Sigumud Freud, Françoise Dolto, Melanie Klein, Jean-Luc Nancy. Credo che la psicoanalisi sia una strada percorribile per coloro che desiderano conoscere l’inconscio, l"estimità"(esteriorità intima), il “territorio straniero interno”. Incontrare ciò che ci trascende è dare la parola all’incontro con quella parte di noi che dice la verità sul nostro desiderio, sul nostro talento, su ciò che dona senso alla nostra esistenza.

Il motivo per cui ci ammaliamo non è forse continuare a fare finta di nulla, a ignorare ciò che l’inconscio, attraverso le sue formazioni, continua a inviare in forma di messaggi cifrati? L’inconscio, secondo Lacan, ha un proprio linguaggio e attraverso il corpo si manifesta.  Spetta a noi ascoltarlo e fare spazio a qualcosa di inaudito che ancora si deve compiere. L’inconscio è una costruzione in divenire.


Stefania Leone, Senza titolo 2020 ©, acrilici su tela, collezione privata dell’artista.


Stefania Leone, autoscatto, 2013

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