lunedì 29 gennaio 2018

Napoli



@Mario Spada


Passano le voci nei vicoli, tra panni stesi e clacson.
Non mi fido di nessuno e sono abbagliata da tutti, dalle voci che si arrotolano ed escono da bocche sdentate, vomitate fuori da visi smunti, sbarbati male, dalle labbra di donne oscene, lo smalto rosso brillante, la pelle urticata da un color cera orribile.
Dove vado, dico, persa nella fila indiana che attraversa Via Marina, di fronte a me il Maschio sgranato di grigio nel cielo fosco, imponente come una menzogna - dove vado, il tempo non mi basterà per vedere tutto, con questa smania di voler capire cosa nasconde ogni vita, nel fondo cupo degli occhi, nelle parole che cadono come frutti vuoti.
Le frasi che tradiscono dolorose aspettative, i canti di sirena che illudono l'esistenza e la fanno impavida come non sa essere.

martedì 2 gennaio 2018

"La mannaia" di Paola Presciuttini


Credo che uno degli indicatori certi della potenza di un romanzo sia il fatto che i suoi protagonisti ci restino ‘dentro’ a lungo, anche a lettura finita. A me questo è certamente accaduto con “La mannaia”, di Paola Presciuttini, scrittrice toscana della quale avevo già apprezzato “Trotula”, anch’esso edito da Meridiano Zero, dove si narravano le vicende della prima medichessa della storia.

Una sfida non facile, per l’autrice, affrontare il tema della peste che colpì l’Italia nel 1348, giungendo nella dilaniata Firenze, già sfiancata da un’imponente carestia e da faide interne. La mannaia non risparmia nessuno: poveri, ricchi, orfani, notabili. Avanza con voracità impressionante, stana i sentimenti più reconditi, rende cattivi ed egoisti, tirando fuori, da ognuno, i peggiori istinti, in una lotta alla sopravvivenza che non salva neppure i rapporti tra madri e figli.

Ed è appunto contro la meschinità umana che la Presciuttini punta il dito, riconoscendo alla peste il ruolo di giudice imparziale, cinico, freddo. Ne “La Mannaia” protagonista è una famiglia fiorentina arricchitasi grazie all’ingegno di Torello Del Verro, macellaio e rappresentante dell’Arte dei macellai in Firenze. Uomo prudente, risoluto, è un combattente a cui Amelia darà due figli, Falco e Lupo, uomini segnati da un destino diverso. In loro e in Orso, avuto dalla prima moglie, purtroppo morta prematuramente, si concentrano tutte le caratteristiche dell’animo umano, descritte con penna abile, precisa, ammaliante. Fede, scetticismo, materialismo, coraggio, pavidità, una girandola di contraddizioni sulle quali, forse, spicca la lucida visione della vita che è propria di Lupo, formatosi sui testi dei grandi pensatori e costretto – a causa di una deformità – a  guardare il mondo con occhi disillusi e, pure, compassionevoli.

Grande protagonista del romanzo resta però Firenze, bellissima e fiaccata dagli eventi; con le sue strade, la magnificenza delle piazze e dei palazzi. Intorno alle mura, splende la bellezza dei fiumi, la potenza della natura, bella di una bellezza invincibile e indifferente, nonostante la morte, i miasmi, l’orrore e la putrefazione.  

Ai sopravvissuti alla mannaia – così equanime nel distribuire le sue punizioni – resterà da vivere (o, piuttosto, sopravvivere) con l’eterna domanda sul destino dell’uomo, sull’inutilità delle superstizioni e sulla cattiveria degli esseri umani, impietosi verso se stessi e verso il mondo animale.

Mentre a Firenze, di nuovo, si combatterà tra fazioni, lavando col sangue e l’abominio il riconoscimento di diritti da sempre negati. Ma si sa, con siffatti moti muove il mondo degli uomini, che mai cambia, come sembra ricordarci la Presciuttini, in questo bel romanzo tutto da gustare per i suoi toni gotici, per la sicura ricostruzione di ambienti e costumi e per lo stile impeccabile.