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"Percorsi", di Nadia Marino: una recensione.

 
 
 
 

Fedele all'idea che l'arte debba rompere come una scure il ghiaccio che abbiamo sul cuore (per dirla con Kafka) e che, dal basso, debba trovare la sua ispirazione e diffusione, mi sono avvicinata a "Percorsi", un romanzo di Nadia Marino, pubblicato nel 1998 per i tipi di 'oppure'.

Datato? Per niente. Anzi, attualissimo nella trama: è incentrato sul dialogo tra un immigrato e una donna, non più giovane ma neppure vecchissima, che si mettono a nudo, notte dopo notte, incontro dopo incontro.

E se fossero, i due, metafore della situazione attuale, la vecchia Europa e il nuovo che avanza, dolorosamente, a piedi nudi, in cerca di una possibile salvezza?
"Lui era un cosiddetto immigrato, stanco di essere chiamato con questo appellativo, quando riusciva a non beccarsi quello di extracomunitario, terzomondiale, o a non entrare nelle cifre delle statistiche che chiamavano quelli come lui 'l'invasione' o 'l'esercito'. Lei era una regina metropolitana di nazionalità italiana, apatica anche alle più stupefacenti storie del suo paese".

Nadia, che non conosco di persona, ma che mi hanno detto essere donna di grande bellezza, ha una scrittura tagliente, profonda, che colpisce le viscere.
E' nata a Napoli e, da Napoli, ha ereditato lo stile densissimo, a tratti sconnesso, dolorante. Uno stile, insomma, che è solo suo, riconoscibile, toccante e crudo. Sulle pagine di questo blog le ho già dedicato un'intervista, da cui trapela tutta la sua capacità di dirsi (e di darsi).

"Era stata bella, pensò, si capiva che era stata bella ma ora il suo volto era sovratemporale. Una traccia di gioia negli occhi, una smorfia di dolore nella bocca e il fastidio di chi sente di avere cent'anni e di non avere più tempo per imparare", pag.23.

L'arabo, l'immigrato, disadattato e inquieto, penetra nel suo cuore e prova a riportare indietro il tempo: fa suo il racconto di mille vite (come nelle storie di Shahrazàd), di amori controversi, di incontri dolorosi, malandati e allucinati.

Intorno, si muove un mondo che è specchio della vita: con odi, rancori, malefatte. "La vita così potente e così blasfema, così ridicola e cinica, così complessa e così stupida", pag.42.

Non si riesce a smettere di leggere, a non inciampare nella solitudine affollata dei due protagonisti: tutto danza intorno e dentro di loro. La libertà e la follia, il razzismo e la misericordia, forse anche un'improbabile, desiderata salvezza.

Nella foto, Nadia Marino

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