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Russia, mon amour: un reportage di viaggio

Questo mio reportage dalla Russia risale a un pò di tempo fa. E' apparso su Magazine Roma (http://magazineroma.it/2011/09/reportage-l-anima-della-russia-nelle-case-di-gorkij-chechov-e-tolstoij) e lo consiglio a chi ha desiderio di conoscere questo Paese, almeno sulla carta, approfondendo poi le letture dei grandi autori e dei grandi viaggiatori che, molto meglio di me, hanno saputo raccontarcelo.


La Prospettiva


Appena scesa all'aereoporto di San Pietroburgo m'assale un presentimento. I pavimenti di vecchie piastrelle, le pareti grigie, il mobilio anni '50, gli scaffali: ogni cosa prelude a una realtà (concreta) che poi sarà (presto) sostituita da un'immagine di facciata.
Dall'aereoporto all'hotel, in taxi, è tutto un susseguirsi di aiuole, semafori, palazzi ripuliti dall'anima decadente. Come un vecchio appartamento che venga arieggiato, senza per questo perdere il suo aspetto decadente, San Pietroburgo mi dà un'idea di fittizio, di falsa allegria. Non c'è angolo in cui le le pareti dei palazzi non s'inorgogliscano d'oro, stucchi, svolazzi rococo'. Eppure rimane la tristezza o il presentimento d'una tristezza.
La stessa Prospettiva Nevskij, appena la imbocco a piedi per fare qualche foto, non riesce a camuffare la sua malinconia di vecchia signora diventata troppo presto un'autostrada a sei corsie, invasa dalle auto rombanti dei nuovi ricchi, profanata da cio' che resta delle insegne pubblicitarie che un intervento (tardivo) ha giustamente vietato. Dostoevskij scrisse che San Pietroburgo è una città “astratta e premeditata” e solo un grande narratore può trovare le parole per dire così bene la grande finzione voluta da Pietro il Grande. Una città a misura di uno zar che sapeva il fatto suo e che, quando poteva, si rifugiava nella sua piccola casa sul Golfo di Finlandia. Che i vestiti se li cuciva da solo, e così pure scarpe e stivali. Un uomo alto oltre due metri e con dei piedi minuscoli, che aveva avuto il coraggio di lasciare una blasonata e colta moglie per andare a vivere con l'ex amante di un suo amico - la grassa, accogliente Caterina I -, che con gli uomini ci sapeva fare. Ma il popolo ha bisogno di menzogne, il potere deve essere rappresentato, oltre che difeso. All'Hermitage, il volto della sorellastra di Pietro, Sofia, dice (ai tranquilli, ignari visitatori) tutto il peggio degli intrighi, delle bugie e della violenza delle corti.
Uno scatto rubato sulla Neva

Lascio San Pietroburgo - la Neva, i suoi affluenti, le strade e i ponti sui fiumi - un mattino che piove e c'è un'umidità che mi taglia la faccia. Il treno ad alta velocità che mi porta fino a Mosca s'addentra tra betulle e tigli, in una rapida successione di vecchie dacie sprofondate sul ciglio delle rotaie. Arrivo che è già sera, ceno velocemente - verdure, zuppa calda, salmone, una cucina sana e monotona - e mi dirigo verso la Piazza Rossa. In Russia ci sono molte Piazze Rosse - rosso, infatti, vuol dire bello. Qui m'accoglie una luce calda, l'antica pavimentazione - piu' volte rifatta, ripulita, sostituita - voluta da quel pazzo di Ivan Il Terribile dopo l'ennesima epidemia. Nella piazza si macellavano gli animali, c'era un grande mercato e la carne dopo un pò imputridiva, diventava infetta. Così si lastrico' il selciato e si cerco' di fare pulizia. Mosca mi piace subito.

La piazza Rossa

Magazzini Gum

Il Cremlino

I grandi hotel che portano alla Piazza, i sotto-passaggi, la vita rutilante - e vera - che è esplosa in questa città provata dal comunismo e rifugiatasi in un capitalismo che è, comunque, opzione di pochi: le case si vendono anche a centomila euro a metro quadro, qui, e si tratta di rustici con infissi e porte da sostituire subito dopo l'acquisto. Il sogno d'una vera uguaglianza, la struggente ideologia che spinse le folle a morire in quei dieci giorni di ottobre del 1917, langue adesso dentro l'androne levigato, elegante, guardato a vista da un nero in giacca e cravatta, dei Magazzini Gum. Eppure Mosca cattura il mio sguardo come poche città hanno saputo fare. Al mattino dopo un sole caldo mi accoglie nella Piazza, la Chiesa di San Basilio festeggia il mio arrivo con le sue cupole sgargianti di verde, rosso e oro. Ci sono le prove di un'importante parata militare che coinvolgerà tutte le nazioni; dei ragazzi svizzeri marciano con le loro bandiere verso il sole. Sono allegri, alti, biondi, una vera parodia di quello a cui le parate servono: ricordare al mondo che i confini di una nazione sono sigillati, che vanno vigilati, che oltre non si passa. Come qui. Se il mio visto scadesse prima del mio ritorno avrei seri problemi. Sono una viaggiatrice a termine; poi dovro' andarmene, con tutte le mie belle sensazioni, la curiosità e la voglia di capire.
 La Russia è sconfinata e si difende bene. Continua ad armarsi, a controllare i propri confini, anche perchè non accadano piu' episodi come quello della Georgia. Chiedo al mio accompagnatore se è possibile visitare il mausoleo di Lenin; cambia discorso, dice che c'è troppa fila, che ci sono altre cose ("piu' importanti") da vedere, così lascio perdere. La verità è che i russi, da quando sono stati aperti gli archivi segreti, hanno capito di Lenin - del loro dio, adorato e mummificato come Tutankhamon - molte scomode cose, e perciò hanno smesso di amarlo. La sua mummia, tra poco, farà la fine di quella di Stalin, smetterà di galleggiare sospesa, nel suo colore bianco-arancio, dentro la teca vigilata dai soldati. Chiedo a Sasha, allora, che cosa i russi apprezzino ancora del loro glorioso passato (perchè, del presente, e di Putin, Sasha non parla che male), e lui mi dice che i soldati bianchi morti per lo zar, durante la rivoluzione di ottobre , sono i soli eroi di cui valga la pena parlare. E che Nicola II era sì un reazionario, ma che certo non meritava di morire com'è morto. Che i Romanov, in definitiva, sono il solo passato glorioso che i russi hanno avuto, da Pietro il Grande in poi. Cerco finalmente le case degli scrittori che ho amato: Gorkij, Cechov. Trovarle è quasi un'impresa. Poi appare il cancello d'una casa bassa, con davanti una piccola lapide dedicata al grande Tolstoij. Purtroppo la casa è in ristrutturazione, così riesco solo ad infilarmi nell'androne, giusto in tempo perchè una guardia col cappello a padella mi lanci il suo 'niet' con aria risoluta. Lì, tra quelle pareti, il grande Lev ha scritto capolavori come "La morte di Ivan I'lic" e "Sonata a Kreutzer". Più distante, trovo la villa di Gorkij. La sua camera da letto, lo scrittoio, gli occhiali poggiati accanto alle matite colorate, perfettamente temperate. Una guida con gli occhiali spessi un dito si sforza di parlarci in un incomprensibile inglese e ci porta nel vicino appartamento di Aleksei Tolstoij. E' una donna dall'età indefinibile, con dei calzini arrotolati alla caviglia, infilati dentro tremende ciabatte. C'è polvere, odore di chiuso, muffa: siamo i primi turisti, credo, dopo mesi.


Bellezze russe

Matrimonio a Vladimir


Inizia il viaggio verso l'Anello d'Oro, verso il cuore della Russia. Passiamo attraverso boschi di betulle, in rapida successione; alberi piegati dal freddo di inverni che, qui, sfiorano anche i 50 gradi sotto lo zero. Tutto appare malinconico, nonostante il sole e il tepore di un'estate che sembra prolungarsi. Scorgo, tra gli alberi, dacie tenute con cura, alcune ridipinte di fresco in colori sgargianti; panni sventolanti sulle corde, come un saluto. E' tutto di un'estrema, dignitosa povertà. Arriviamo a Vladimir, dove assistiamo ai festeggiamenti per un matrimonio: la famiglia di lei e quella di lui stanno letteralmente 'tirando la corda', chi da un lato, chi dall'altro, con un'allegria tutta infantile. Una bambina bionda guarda imperturbabile la scena. Ha un fiocco tra i capelli, un visetto molto serio. Poi ci spostiamo verso Suzdal. Quest'ultima era la meta estiva, scelta come premio aziendale, degli operai del regime. Tutto, qui, è stato preservato dall'edilizia selvaggia grazie ad una legge che ha vietato di edificare case su due livelli. Ogni passaggio di via; il pontile sul fiume, gli stagni, il selciato; la piazza del mercato, con la sua pavimentazione sconnessa; la prima casa in pietra, le chiese; il monastero e il cremlino dove furono tenuti prigionieri gli alpini durante la seconda guerra mondiale: tutto è puro struggimento. Un cavallo bianco bardato di rosa sta trainando un carro con dei turisti. Per pochi rubli (il corrispondente di circa cinque euro) si puo' fare il giro del paese. Una vecchia mi viene incontro con dei lecca-lecca colorati; e' chiaro che sono stati già smangiati, vuoi dal caldo, vuoi da bocche di bambini impertinenti. Mi sembra stanca, ha occhi distratti e tristi, è lì, ma è come se non ci fosse. Sta pensando certamente a come arrivare a fine giornata; la povertà è il suo mestiere, puo' contare solo sulla pietà di chi la vede davvero. Che differenza con le macchine scintillanti della capitale, con i vestiti griffati delle moscovite alte un metro e ottanta che - imperturbabili - s'accompagnavano a bassi e tarchiati uomini d'affari. Com'è tutto doloroso, e vero, qui. Dopo, ci attendono Kostroma, Jaroslav, Rostov, Sergei Posad e un volo di ritorno - un po' malinconico - verso una Roma surriscaldata. Prendo i bagagli senza fretta, ripenso a una terra che ha partorito grandissimi narratori non per caso. Lascio luoghi che hanno un'anima, quella di chi vi è passato; le invasioni dei Mongoli e dei Tatari hanno iscritto un segno malinconico e dolce, nonostante tutto, nei volti dei vecchi. Tutto vive di una vita propria che non riesce a svanire, e questa è - forse - la salvezza dell'attuale Russia (la piu' grande, la piu' estesa provincia dell'ex Unione Sovietica): un'anima presente dentro le cose - i sassi, le pietre, i vecchi intonaci, le cupole scintillanti. Anima che è puro sguardo, accettazione del tempo e accettazione di sè.

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