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Per gentile concessione di Angelo Imbriani - La Shoah e la memoria

Chi non ricorda la propria storia è destinato a riviverla
[di Angelo Imbriani] In questi giorni esce un libro di Elena Loewenthal, una scrittrice italiana ed ebrea, che si intitola Contro il giorno della memoria. La Loewenthal spiega così questo suo volume: il giorno della Memoria è figlio delle istituzioni che lo hanno ideato ed è un figlio che assomiglia in tutto ai genitori: è noioso, è ricattatorio, è retorico, cerca lo spettacolo, bada all’”immagine”. Sarò sincero: condivido pienamente queste parole e se sono qui è solo perché penso che si possa e che si debba vivere in ben altro modo, specie nelle scuole, questa giornata. E mi sforzerò, per quanto mi riesce, di dare un contributo in tal senso. Certo, il motivo che ha portato a istituire questa celebrazione non si può non condividere: dobbiamo impegnarci affinché quel crimine, quell’orrore non si verifichi mai più. E perché questo mai più si avveri noi dobbiamo conservare e coltivare la memoria. “Coloro che non ricordano la propria storia”, è stato scritto nel campo di sterminio di Auschwitz, “sono condannati a riviverla”. Questo è vero, ma è solo una parte della verità. E una mezza verità non è altro che una mezza menzogna e non è meno pericolosa di una palese bugia, anzi spesso è ancora più pericolosa, proprio perché è una mezza bugia che veste i panni della verità sacrosanta.
Qual è, allora, quell’altra parte della verità che non viene esplicitata? E’ che tutto dipende dall’uso della memoria storica. Quello che non si dice è che non basta ricordare, ma occorre chiedersi come si ricorda, ossia, per l’appunto, che uso si fa della memoria. La memoria storica, infatti, può essere anche usata male, può essere manipolata, strumentalizzata, deformata. Pensate solo a questo: alla persecuzione antiebraica contribuì certamente anche un uso distorto e strumentale della memoria storica. Si erano inventate tutta una serie di menzogne e di leggende storiche intorno agli ebrei, a partire dall’uccisione di Cristo ad andare avanti fino al presunto complotto giudaico-massonico dell’età moderna. Anche il disastro tedesco nella prima guerra mondiale venne attribuito dai nazionalisti tedeschi a questo fantomatico complotto o comunque all’opera disgregatrice dello spirito patriottico che gli ebrei avrebbero svolto. Ma come facciamo a difenderci dal cattivo uso della memoria storica? Innanzitutto, con la conoscenza, liberandoci dai pregiudizi. La memoria tanto più si presta alle manipolazioni e alle falsificazioni quanto più punta a suscitare emozioni che non sono accompagnate da una adeguata conoscenza, ma nascono da pregiudizi e finiscono poi per rinforzare potentemente questi stessi pregiudizi. E’ proprio questo il punto: mi pare che molto spesso la giornata della Memoria finisca proprio per suscitare emozioni scollegate dalla conoscenza storica o che si associano a una conoscenza molto superficiale e approssimativa. Certo, si tratta di emozioni “positive”, rispettabili, buone, nobili: la pietà, la compassione per le vittime del genocidio. Tutto o quasi si gioca sul registro della pietà: ci commuoviamo dinanzi a uno dei tanti bei film sulla shoa’; ci commuoviamo dinanzi a certe immagini; ci commuoviamo ascoltando i racconti dei sopravvissuti, ci commuoviamo visitando Auschwitz o un altro dei campi di sterminio… Purtroppo, quando si investe solo sulle emozioni e passioni elementari si corrono gravi rischi: perché queste emozioni e passioni ora possono essere quelle nobili e rispettabili, ma un domani, come appunto è già accaduto in passato, come è accaduto proprio nel periodo della shoa’, potranno prendere il sopravvento le emozioni e le passioni negative: l’odio, l’istinto di sopraffazione, la diffidenza e l’ostilità per l’altro, per il diverso. Un cattivo uso della memoria è poi anche e soprattutto quello che non solo non evidenzia le nostre responsabilità collettive, ma al contrario le elude, le elimina, le rimuove. Ma la giornata della memoria può dare un contributo al mai più soltanto se ci porta ad assumerci le nostre responsabilità, collettive e storiche. Purtroppo questo non avviene quasi mai: la shoa’ viene ricostruita e rievocata come un crimine perpetrato nel passato e da un altro popolo, un popolo ammaliato da una ideologia demoniaca. Noi, in fondo, che colpa abbiamo? Noi siamo i “buoni”, noi siamo quelli che si commuovono dinanzi al film e dinanzi al sopravvissuto, noi siamo quelli che celebrano la giornata della Memoria!
Birchenau, luglio 2013
Ma questa autoassoluzione e autocelebrazione si basa su una formidabile rimozione storica e su un uso mistificante della memoria. Si dice: la colpa del fascismo italiano furono le leggi razziali del 1938. Una colpa gravissima, certo, ma queste leggi – si dice, ancora – furono adottate solo per “imitazione” della Germania nazista, perché Mussolini si era ormai sciaguratamente legato al carro di Hitler. Il fascismo italiano, si sostiene, prima del 1938 non aveva conosciuto l’antisemitismo, anche perché gli italiani sono refrattari al razzismo, gli italiani sono “brava gente”. Prima di smontare queste teoria di luoghi comuni assolutamente infondati occorre comunque sottolineare la barbarie delle leggi razziali del 1938, una barbarie che resterebbe intatta, seppure queste leggi fossero state soltanto “importate” dalla Germania e non rispondessero, come invece è vero, alla reale essenza politica del fascismo. Sapete che cosa significarono queste leggi per gli ebrei italiani? Gli studenti ebrei, da un giorno all’altro, furono cacciati dalle scuole; gli impiegati pubblici persero il lavoro; gli ebrei non poterono più avere una licenza commerciale, né esercitare una professione e furono vietati i cosiddetti matrimoni “misti”, quelli fra ebrei ed “ariani”. Badate che non furono colpiti degli “stranieri”, né, in molti casi, degli oppositori del regime, cosa che ovviamente sarebbe stata comunque esecrabile: la persecuzione si abbatté su tutti coloro che avevano almeno un genitore di stirpe ebraica, senza tenere in nessun conto il fatto che si trattasse di cittadini italiani, che fino a quel momento avevano goduto degli stessi diritti di tutti gli altri cittadini italiani, senza considerare minimamente l’importante contributo che gli ebrei italiani avevano dato al Risorgimento o il loro sacrificio nelle trincee della prima guerra mondiale, senza badare nemmeno alla loro fede religiosa, perché in molti casi si trattava di persone che non praticavano la religione ebraica, senza tener conto neanche delle loro idee politiche, perché furono discriminati anche gli ebrei fedeli al regime fascista. Si trattava, insomma, di leggi fondate sul più puro razzismo, che, come dice una storica ebrea Anna Foa, distrussero quanto ancora restava del Risorgimento e dei suoi principi ispiratori. Ma guardiamo ora ciò che era accaduto prima e ciò che purtroppo accadrà dopo il 1938, per sgombrare il campo da certi luoghi comuni senza base storica. Non è vero, anzitutto, che il fascismo italiano sia stato estraneo all’antisemitismo e più in generale al razzismo fino al 1938 e comunque nel periodo che precede l’alleanza con il nazismo. Al contrario, se si considerano certe correnti e certi personaggi del fascismo si potrebbe finanche rovesciare l’idea convenzionale e sostenere che sono queste correnti e questi personaggi ad aver influenzato il razzismo nazista e non viceversa. Dopo le leggi razziali si cominciò a pubblicare anche una famigerata rivista razzista che si chiamava La difesa della razza. E anche questa rivista, per quanto odiosa, non sarebbe altro che una imitazione delle pubblicazioni antisemite del nazismo, quasi che il fascismo volesse accreditarsi in questo triste modo agli occhi del potente alleato. Se non che, recandovi alla Biblioteca Provinciale di Avellino, potete trovarvi tutte le annate di un’altra rivista, La vita italiana, che precede di molto La difesa della razza, dato che esce a partire dall’inizio degli anni Venti – in un periodo in cui Hitler è ancora un oscuro personaggio, noto solo per un ridicolo tentativo di golpe, e il nazismo è una formazione politica del tutto irrilevante. Se sfogliate quest’altra rivista vi accorgete subito che si tratta di una pubblicazione razzista e antisemita. Quando poi i nazisti prendono il potere, gli autori de La vita italiana, guardano con un po’ di sufficienza al loro razzismo, li trattano come dei rozzi apprendisti, pretendono di insegnar loro il “vero” razzismo. Sapete perché la Biblioteca Provinciale di Avellino possiede la collezione completa di questa rivista? E’ molto semplice: il suo direttore e fondatore, personaggio emblematico dell’antisemitismo italiano e fascista si chiamava Giovanni Preziosi ed era di Torella dei Lombardi! Non è precisamente un personaggio di cui vantarsi, come irpini! Si dice, però, che Mussolini addirittura si sforzasse di evitare ogni contatto e ogni incontro con questo Preziosi, benché lui gli fosse fanaticamente devoto (infatti, alla caduta del fascismo fu uno dei pochi che coerentemente si suicidò). Ma non è che Mussolini non volesse incontrarlo perché gli ripugnava l’antisemitismo del Preziosi: no, il motivo era un altro ed era ben più frivolo. Preziosi aveva una funesta fama di grande iettatore e Mussolini era piuttosto superstizioso: per questo lo evitava! A proposito di Mussolini e a riprova del fatto che egli sarebbe stato estraneo ai pregiudizi razziali si citano sempre le sue relazioni intime con donne ebree. Solo che si trattava di donne, e in certi casi come quello di Margherita Sarfatti, anche di donne molto affascinanti, mentre non risultano grandi amicizie fra il Duce ed ebrei maschi. Quindi questo dato non attesta affatto che Mussolini fosse immune da pregiudizi razziali, ma dimostra solo ciò che era già ampiamente noto: che non aveva pregiudizi nei confronti delle donne con cui intrecciare relazioni di un certo tipo, come del resto altri uomini politici, anche più vicini ai nostri tempi! Comunque, è vero, Giovanni Preziosi non è un personaggio di primissimo piano nel regime fascista. Ma fra gli alti gerarchi non mancano altri casi di antisemiti della primissima ora. Uno è Roberto Farinacci, il ras di Cremona, secondo lo storico Renzo De Felice, l’unico vero antagonista interno di Mussolini. Un altro è Edmondo Rossoni, il principale esponente del sindacalismo fascista. E del resto non si tratta solo di singoli personaggi, ma di tutta una corrente razzista che il fascismo eredita dal nazionalismo del primo Novecento e anche – qualcuno si stupirà – da certi ambienti socialisti (Rossoni, come Mussolini, veniva dal socialismo). Il problema, con il quale occorre fare i conti, al di là delle comode rimozioni, è che la politica e la cultura europea, e quindi la politica e la cultura italiana, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento sono largamente permeate dal razzismo e dall’antisemitismo, che sono tipiche espressioni del nazionalismo che fiorisce in quel periodo, ma sono anche correnti “trasversali” che inquinano anche il socialismo. Ad esempio c’è un diffuso antisemitismo nel socialismo e nel sindacalismo cristiano a Vienna, che è poi la città dove si forma il giovane Hitler. Purtroppo, è ben più significativo ciò che accade dopo il 1938, dopo le leggi razziali. Intanto, quale fu la reazione degli altri italiani alla discriminazione degli ebrei? Questi italiani “brava gente”, che certo non espressero il minimo cenno di protesta nei confronti di quei provvedimenti (non si poteva protestare, si dice, perché si viveva sotto una dittatura, si correvano grandi rischi… ma su questo ci torneremo) si affrettarono a manifestare almeno una personale, privata solidarietà a quegli ebrei che tante volte erano i loro vicini di casa o i loro compagni di banco o i loro colleghi di lavoro? A leggere le preziosi e toccanti testimonianze raccolte in un libro che è in edicola in questi giorni e che si intitola significativamente La shoa’ italiana, non si direbbe proprio. Molti che allora erano studenti, e come dicevamo si trovarono cacciati dalle loro scuole da un giorno all’altro, dovettero dolorosamente notare come i vecchi compagni di classe fingessero di non conoscerli quando li incontravano per strada. Una ragazza, un giorno, incontra il suo professore, il professore che – lei dice – “l’adorava”, perché lei era “la prima della classe”. Gli corre incontro e gli fa: “professore, avete visto che cosa ci hanno fatto?” E il professore, gelido: “Sì, ma Mussolini ha sempre ragione…”.
Auschwitz
Poi arriva la guerra, poi l’armistizio, l’occupazione tedesca. Il 16 ottobre del 1943 c’è il rastrellamento del ghetto ebraico di Roma, i nazisti catturano e deportano gran parte degli abitanti. Alcuni storici, intellettuali, giornalisti, pochi per la verità, quei pochi che si sottraggono all’unanimismo e al conformismo celebrativo, si sono chiesti perché quando è stata istituita la giornata della Memoria non si è scelta questa data, il 16 ottobre, la data del rastrellamento del ghetto di Roma, piuttosto che il 27 gennaio, che ricorda invece la “liberazione” del lager di Auschwitz. Si è replicato che la liberazione di Auschwitz ha un valore più universale, perché ad Auschwitz non morirono solo gli ebrei, ma anche – come in altri lager – i rom, gli omosessuali, gli oppositori politici, i testimoni di Geova. Auschwitz, quindi, rappresenta la lotta contro ogni persecuzione, chiunque ne sia vittima. Questo può essere vero, ma anche in questo caso si tratta di una verità parziale. La giornata della memoria è una istituzione italiana e dovrebbe servire a richiamare anche e soprattutto le nostre responsabilità in questa tragica vicenda. Auschwitz, come sapete, è geograficamente molto lontano dall’Italia e gli aguzzini di Auschwitz, i persecutori di Auschwitz ed i loro complici, erano soltanto tedeschi. C’è quindi il rischio che la scelta di questa data e di questo evento simbolico favorisca quella rimozione delle nostre responsabilità di cui parlavamo. Il 16 ottobre avrebbe evitato questo pericolo: quello che accadde il 16 ottobre del 1943 accadde a Roma, nel cuore di Roma. Forse le scuole sarebbero state incoraggiate ad organizzare qualche viaggio in meno ad Auschwitz, dove peraltro è bene andare – ma forse sarebbe meglio andarci da soli e non in comitiva scolastica – e avrebbero organizzato qualche visita in più a Roma, al ghetto, dove si possono vedere ed ascoltare, dalla voce delle bravissime guide ebree, molte cose importanti sulla shoa’ italiana, cose che demoliscono molti luoghi comuni e che soprattutto ci fanno capire che la shoa’ non è una vicenda lontana da noi, ma ci riguarda direttamente. Il 16 ottobre incomincia, appunto, la shoa’ italiana. Anche qui c’è una ricostruzione di comodo: una parte dell’Italia era sotto l’occupazione nazista e furono i tedeschi a catturare gli ebrei e a deportarli nei campi di concentramenti. Gli italiani, al contrario, si impegnarono come poterono, per nascondere gli ebrei, ne salvarono parecchi. Gli italiani, “brava gente”… Purtroppo, la storia non andò così. Anzitutto, i nazisti, dopo essersi occupati direttamente del rastrellamento del ghetto di Roma, nei mesi, negli anni successivi, lasciarono questo compito ai fascisti italiani. I tedeschi davano le direttive, ma erano gli italiani in camicia nera che facevano il “lavoro sporco” e solitamente non lo facevano affatto malvolentieri, ma con zelo, con accanimento. Questi, si dirà, erano i fascisti della prima o dell’ultima ora, fanatici, invasati, criminali… una minoranza, in fondo, nella popolazione italiana. Gli altri italiani non parteciparono a questo abominio e quando poterono lo ostacolarono. Certamente, ci furono parecchi italiani che si adoperarono, correndo anche seri rischi, per nascondere e salvare gli ebrei. Ma dovremmo avere l’onesta di non contare e di non ricordare solo loro, ma di contare e ricordare tutti quelli, e sono purtroppo molto numerosi, che fecero la spia, che tradirono e denunciarono gli ebrei che conoscevano e li consegnarono alla morte nei lager. Nel libro che vi ho prima citato vi sono tante testimonianze di sopravvissuti: quasi sempre raccontano di come siano stati arrestati traditi e venduti da qualche conoscente, da un vicino, dal loro fruttivendolo, dal portiere del loro palazzo, da una persona di servizio… Venduti non l’ho detto a caso, perché il governo di Salò mise una taglia sugli ebrei: per ogni ebreo denunciato alle autorità si intascavano 5000 lire e purtroppo molti italiani si adoperarono per intascare la taglia.
Il lavoro rende liberi
Vedete, sempre in una certa rappresentazione di maniera, in un certo diffusissimo stereotipo dell’italiano si vuole che gli italiani siano certo meno ordinati, meno disciplinati, meno dotati di senso civico dei popoli del nord Europa, ma in compenso siano dotati di più “umanità”, di un maggiore senso di solidarietà. Questo stereotipo viene smentito, e purtroppo solo nella parte che sarebbe a noi favorevole, da un altro libro uscito in questi giorni e che racconta la vicenda della deportazione degli ebrei in un paese del Nord Europa, la Danimarca. Anche la Danimarca era sotto l’occupazione nazista, anche in Danimarca correva gravi rischi chi fosse stato sorpreso ad aiutare un ebreo. Eppure i danesi si comportarono un po’ meglio di noi, di noi italiani “brava gente”: sui 7000 ebrei che vivevano lì, soltanto 500 furono catturati dai nazisti e deportati. 6500, oltre il 90% si salvarono, perché furono protetti dai danesi. Come italiani, dunque, dovremmo fare i conti con la shoa’, assumendoci le nostre responsabilità storiche, perché in questa vicenda certamente non fu innocente il regime fascista, né si può dire che esso si macchiò solo di peccati veniali o di colpe secondarie, ma non furono innocenti neanche gli italiani. Se poi leggiamo la cosa in una prospettiva storica più ampia, come è necessario fare, dobbiamo riconoscere che non solo non siamo innocenti come italiani, ma soprattutto non siamo innocenti come cristiani. L’antisemitismo contemporaneo, che culmina nel genocidio nazista, ha infatti il suo retroterra storico nell’antigiudaismo che la chiesa cristiana ha inventato, elaborato, propagandato e praticato per secoli. Quando si parla della shoa’ certamente vi vengono in mente cose come la stella di Davide gialla usata come segno di riconoscimento per gli ebrei; vi vengono in mente i ghetti, quello di Roma appena citato, quello di Varsavia, dove sono ambientate le storie di alcuni film; se avete approfondito lo studio vi verranno in mente magari certe caricature che raffigurano l’ebreo col naso grosso, lo sguardo rapace, le mani adunche o certe descrizioni stereotipate del presunto carattere ebraico: l’ebreo avaro, avido, lussurioso, e così via. Ebbene, nessuna di queste cose fu inventata dai nazisti, i nazisti utilizzarono i materiali e le simbologie che nei secoli precedenti erano stati costruiti dalla chiesa. Nel IV Concilio lateranense, anno 1215, si deplorò il fatto che gli ebrei non portassero alcun segno che consentisse di distinguerli dal resto della popolazione, sicché, cito testualmente “succede talvolta che, per errore, dei cristiani si uniscano a donne giudee, o dei giudei a donne cristiane”. Per evitare “unioni tanto riprovevoli”, continua il documento, si stabilì che gli ebrei dovessero portare nell’abito un chiaro segno di riconoscimento. Nel 1555, poi, il papa Paolo IV, al secolo cardinale Giampietro Carafa, di famiglia napoletana e nato, ahimè, a Capriglia Irpina, promotore del Santo Offizio dell’Inquisizione, notò – cito dalla bolla papale Cum nimis absurdum – che gli ebrei di Roma erano giunti “a tale livello di insolenza da presumere di poter coabitare mescolati ai cristiani e vicini alle loro chiese”, quegli ebrei “condannati per loro colpa alla schiavitù eterna”. Ed allora istituì il ghetto, il primo in Europa. Il primo ghetto in Europa fu costruito proprio a Roma e per volontà di un papa! Si potrebbe pensare che questi errori ed orrori appartengano a un remoto passato, ai cosiddetti “secoli bui”. Ma, a parte il fatto che con Paolo IV siamo in pieno Rinascimento, non è affatto così. Nel 1893, al culmine dell’epoca del positivismo, che celebra l’idea di progresso e il primato della civile Europa moderna, con il trionfo della ragione, della scienza e della tecnica, Civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti, in fondo l’elite culturale della chiesa cattolica, riprende in alcuni articoli l’infame leggenda dell’omicidio rituale che sarebbe perpetrato dagli ebrei. Per secoli si era accreditata la diceria secondo cui gli ebrei, per celebrare la loro Pasqua, usassero uccidere un neonato cristiano ed usarne il sangue per impastare il pane azzimo. Ebbene la Civiltà cattolica, nel 1893 non nei “secoli bui” medioevali, afferma riferendosi alla grande diffusione di questa tristissima fandonia, che “una così universale persuasione deve avere un fondamento”!
Nessun luogo è più tremendo di Birchenau.
E veniamo così all’atteggiamento della chiesa cattolica negli anni in cui il nazismo organizzava lo sterminio. Sapete forse della polemica sulle responsabilità e sulle omissioni del papa del tempo che era Pio XII. Non abbiamo il tempo di affrontare la questione, ma vi consiglio di documentarvi per conto vostro, di ascoltare il punto di vista degli ebrei romani se andate a Roma – e dovreste andarci! – a visitare il ghetto, la sinagoga, il museo ebraico, e magari vedere il bel film di Costa Gavras, Amen. Voglio citarvi, invece, due brevi affermazioni, molto sintomatiche. Una è del papa precedente, Pio XI, che pure poco prima di morire stava per pubblicare un’enciclica di dura condanna del nazismo per la persecuzione antiebraica. Il suo successore, Pio XII, lasciò cadere purtroppo questo progetto. Ma lo stesso Pio XI nel 1939 si riferisce comunque agli ebrei come a “un malaugurato popolo, che è affondato da solo nella disgrazia, i cui capi accecati hanno chiamato sulle proprie teste la maledizione divina”. L’altra citazione è di padre Agostino Gemelli, un nome che forse non vi è nuovo. Molti studenti dell’ultimo anno di qui a poco faranno i test di ammissione alla Università Cattolica di Roma e l’ospedale di questa università, il policlinico, è appunto intitolato a questo personaggio. In una conferenza tenuta all’università di Bologna il 9 gennaio del 1939, padre Gemelli, che tra l’altro scriveva anche sulla rivista La difesa della razza, sottolineò la tragica e dolorosa condizione degli ebrei italiani, che in seguito alle leggi razziali, non potevano far parte “e per il loro sangue, e per la loro religione di questa magnifica patria”. Ma in questa tragica condizione, proseguì, “noi vediamo, una volta di più come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé […] e le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo”. Parole che fanno davvero rabbrividire. Il Concilio Vaticano II ha certamente rappresentato una svolta e messo fine a questa storia vergognosa, deplorando nella dichiarazione che si intitola Nostra aetate, tutte le manifestazioni antisemite. Spesso, però, i lodatori del Vaticano II mancano di ricordare come in quella stessa dichiarazione si afferma ancora che è la chiesa “il nuovo popolo di Dio” e gli ebrei non sono definiti pur essi popolo di Dio, ma semplicemente, si dice, non devono essere presentati come “rigettati da Dio” e “maledetti”. Io so e vedo che in molte scuole la giornata della Memoria viene organizzata dagli insegnanti di religione cattolica. La cosa, lo confesso, un po’ mi sorprende, ma non entro nelle scelte e nelle sensibilità altrui, e capisco che alcuni intenderanno così rimarcare il pentimento della loro chiesa per gli errori e gli orrori del passato. Mi limito a dire che, se fossi a mia volta cattolico, sceglierei forse di passare questa giornata soltanto in silenzio e in preghiera. Le altre confessioni cristiane, peraltro, non sono certo esenti da colpe. Lutero che durante la sua vita aveva spesso mostrato una certa comprensione per gli ebrei, magari solo per polemizzare con il papato (una volta, con il suo bel linguaggio sanguigno, disse che in fondo non c’era da biasimare gli ebrei se non si volevano convertire a Cristo: anche lui, se avesse ascoltato il Vangelo solo per bocca di quegli scellerati preti e vescovi e papi, piuttosto che farsi cristiano si sarebbe fatto scrofa!), in vecchiaia scrisse un tristissimo libello nel quale esortava i principi tedeschi a cacciare gli ebrei e a bruciare le sinagoghe. Diversa è invece la situazione nell’altra corrente protestante, quella delle chiese riformate nate dall’opera di Calvino, Zwingli e Bucero. Queste ebbero subito un atteggiamento molto più tollerante nei confronti degli ebrei, anzi manifestarono quasi un “filo ebraismo” e l’Olanda riformata, nel ‘600, fu il primo paese del mondo a concedere agli ebrei la libertà religiosa. Ma da cosa dipende questa differenza? Non è che i protestanti riformati fossero “buoni” e i cattolici o i luterani “cattivi”. Il motivo è teologico: mentre la chiesa cattolica e quella luterana ponevano una radicale differenza fra l’Antico e il Nuovo Testamento, il Patto stretto da Dio con il popolo ebraico e la nuova alleanza che si realizza grazie a Gesù, Calvino, invece, riteneva che vi fosse un unico Patto che aveva assunto storicamente due forme diverse e successive. Questo spinse le chiese riformate a valorizzare l’Antico Testamento, che è innanzitutto – non bisogna dimenticarlo – il libro sacro degli ebrei e che narra la vicenda di Dio, dell’unico Dio, con il popolo di Israele. Fin dal XVI secolo si sono quindi cominciati ad utilizzare i passi dell’Antico Testamento nella liturgia delle chiese riformate e questi passi, come in tutti i paesi della Riforma, erano letti nelle varie lingue volgari. Nella chiesa cattolica, invece, fino agli anni Sessanta del Novecento, fino al Concilio Vaticano II, la liturgia è in latino e l’Antico Testamento è quasi assente dalle letture domenicali e dalla predicazione. Allora la differenza vera è decisiva non è tra bontà e malvagità, ma tra conoscenza e ignoranza: la conoscenza delle Scritture ebraiche, e quindi anche della storia e della cultura di Israele, favorisce l’apertura e la tolleranza nei confronti del popolo ebraico, mentre l’ignoranza, come sempre, genera pregiudizi, fanatismo, ostilità.
In Italia gli ebrei si sono trovati accomunati e spesso affratellati all’altra storica minoranza religiosa, vittima pur essa di persecuzioni violente e tentativi di genocidio: si tratta dei Valdesi, una comunità che ha origini medioevali, ma che nel Cinquecento è divenuta una chiesa protestante riformata. Un vecchio professore della Facoltà Valdese di Teologia amava raccontare un aneddoto, che mi pare piuttosto significativo e che credo risalga agli anni Trenta o Quaranta (oggi le cose sono cambiate). Quando, dal paese di origine, in una della valli alpine dove è forte la presenza valdese, scese a Torino per frequentare l’università, la madre gli espresse in questo modo le sue preoccupazioni: “Adesso te ne vai in città e sicuramente te ne torni con qualche ragazza che vorrai poi sposare: ma non portarmela cattolica! Se non è valdese, che sia almeno ebrea!”. Un pregiudizio al contrario, insomma! I pregiudizi sono sempre negativi, e, tuttavia, c’è una differenza fra i pregiudizi dei persecutori e i pregiudizi dei perseguitati. In questo caso, si tratta del pregiudizio dei perseguitati e quindi ci turba di meno e ci fa persino sorridere. Dobbiamo comunque liberarci da tutti i pregiudizi, questo è ovvio, dobbiamo coltivare da un lato il pentimento e dall’altro il perdono e favorire la riconciliazione, ma questo non vuol dire che si debba anche dimenticare chi sono stati storicamente i persecutori e chi siano stati i perseguitati: non si deve dimenticare e non si deve far confusione, mai! Questi cenni sommari al retroterra storico su cui si innesta la shoa’ pongono un serissimo problema: quando andiamo a sottolineare le radici e le premesse dell’antisemitismo contemporaneo che poi culmina nello sterminio nazista, rischiamo di relativizzare quest’ultimo, sicché rischiamo di perdere di vista le sue caratteristiche di male radicale, incommensurabile e che deve suscitare in noi un orrore assoluto. Se però prescindiamo da quel retroterra storico rischiamo di trasformare la shoa’ in un fenomeno unico e quindi irripetibile, siamo indotti ad abbassare la guardia rispetto al rischio che esso si possa ripresentare e soprattutto eludiamo la questione delle nostre responsabilità. Siamo quindi costretti a muoverci tra questi due rischi opposti, come tra Scilla e Cariddi. Con un difficile equilibrio dobbiamo tener conto sia degli elementi di continuità, sia delle differenze. A livello di continuità abbiamo visto come i nazisti utilizzino i pregiudizi, gli stereotipi, i materiali simbolici costruiti per secoli dall’antigiudaismo cristiano. A livello delle differenze dobbiamo sottolineare quella tra l’antigiudaismo cristiano (e anche pagano, perché il fenomeno riguardò anche il mondo antico, sia pure in modo differente) e l’antisemitismo contemporaneo: l’antigiudaismo è l’avversione, non agli ebrei come “razza” o come gruppo socio-culturale, ma come comunità religiosa. L’antisemitismo è invece l’ostilità all’ebreo come appartenente a un determinato ceppo etnico ed è dunque vero e proprio “razzismo”. Questa differenza implica una conseguenza che non è certo di poco conto: in secoli e secoli di persecuzioni antigiudaiche si erano anche verificati stragi e massacri di ebrei – come quelli in occasione della prima crociata o durante la peste del Trecento – ma non si era mai giunti a progettare lo sterminio totale del popolo ebraico, la cosiddetta “soluzione finale”, secondo l’inquietante espressione coniata dai nazisti. L’antigiudaismo, infatti, non mira alla eliminazione dell’ebreo, ma alla sua conversione. Anzi, l’antigiudaismo prevede la sopravvivenza di una certa quota di ebrei, di un nucleo di giudei irriducibili, ma ciò, purtroppo, non per spirito di tolleranza, ma per quella concezione del “popolo testimone”, che risale ad Agostino e che poi è stata ripresa e riformulata numerose volte all’interno della chiesa. “Popolo testimone” significa che la stessa esistenza storica degli ebrei, le loro disgrazie, il loro andare raminghi per il mondo, testimonierebbe della loro presunta iniquità, del loro errore, della loro cecità e della conseguente maledizione divina. E testimoniando questo, indirettamente gli ebrei attesterebbero la verità della chiesa; smascherando se stessi come popolo rinnegato da Dio, testimonierebbero la chiesa come vero Israele, come vero popolo di Dio. In quest’ottica si riteneva necessario che Israele continuasse ad esistere ,e non se ne voleva la totale distruzione, ma doveva esistere in condizioni marginali e di inferiorità, a propria vergogna e in modo che fosse immediatamente riconoscibile rispetto al resto della popolazione (da qui i segni di riconoscimento). Scriverà papa Innocenzo III nella sua bolla del 17 gennaio 1206: “Dio ha fatto di Caino un errante e un fuggiasco. Ma l’ha segnato affinché non venga ucciso. Così gli ebrei, contro i quali il sangue di Cristo grida vendetta, anche se non devono essere uccisi, affinché il popolo cristiano non dimentichi la legge divina, devono restare gli erranti sulla terra, finché il loro volto sia coperto di vergogna e cerchino Gesù Cristo, il Signore”.
Il famigerato blocco 11
L’antigiudaismo della chiesa fornisce quindi ai nazisti il materiale simbolico della persecuzione antiebraica e questo è l’elemento di continuità che chiama in causa le responsabilità del cristianesimo. Hitler, su questa base materiale e storica, costruirà l’idea follemente criminale dello sterminio sistematico e scientifico, del genocidio, dell’eliminazione di tutto il popolo ebraico. E questo è l’elemento di differenza che deve indurci a guardare alla shoa’ come a un male assoluto, al di là di ogni doverosa storicizzazione del fenomeno. La memoria della shoa’ deve quindi chiamarci in causa, deve porci di fronte alle nostre responsabilità storiche e collettive, di italiani e di cristiani. Immagino l’obiezione che si presenta nella testa di molti di voi: “d’accordo, ma non siamo noi quegli italiani e quei cristiani che hanno contribuito, attivamente o passivamente, direttamente o indirettamente, a quel crimine. Noi non eravamo neppure nati!” Questa obiezione è comprensibile e legittima, in quanto è figlia, in fondo, di quel principio della responsabilità individuale e personale che è una importante e anche preziosa conquista dell’epoca moderna. Io sono chiamato a rispondere soltanto di ciò di cui sono personalmente responsabile e ciò non solo individua un cardine dello stato di diritto, ma implica pure che io sia riconosciuto come persona, che siano riconosciuti il mio libero arbitrio e la mia libertà personale. Tuttavia, in certi casi e quello di cui parliamo oggi è forse uno di questi casi, sarebbe bene non opporre, ma almeno associare al principio moderno della responsabilità individuale quello ben più antico della responsabilità collettiva. Un principio ben noto al mondo classico, ma che troviamo chiaramente espresso e applicato anche nell’Antico Testamento, ossia proprio nel libro sacro condiviso da ebrei e cristiani. Se avete letto qualche volta l’Antico Testamento avrete notato come l’iniquità di alcuni, di pochi e persino di uno solo si ripercuota su tutto il popolo di Israele, attirando su Israele il castigo divino e persino la rovina. Se ragioniamo soltanto con la categoria moderna della responsabilità personale e individuale troviamo tutto ciò insensato ed anzi profondamente ingiusto. Ma proviamo a collocarci nell’altra ottica. Il ragionamento, allora, è quest’altro: se in una comunità qualcuno – fosse pure una piccola minoranza – commette un grave, esecrabile delitto, un’azione nefanda e se quella di cui stiamo parlando è davvero una comunità e non un aggregato di individui, famiglie e gruppi estranei gli uni agli altri, allora tutti i membri di quella comunità si devono sentire interpellati, chiamati in causa e di fronte a quel crimine di cui pure non sono direttamente autori devono chiedersi che cosa hanno fatto e anche e soprattutto che cosa non hanno fatto, devono chiedersi come hanno contribuito anche loro con la loro condotta quotidiana, con le loro opere e le loro omissioni, a creare le condizioni per perché quel crimine avvenisse. Perché, nella logica della responsabilità collettiva, è tutta la comunità che viene macchiata, lesa, compromessa dall’azione nefanda di pochi. E quindi anche le generazioni che vengono dopo devono porsi il problema e sentirsi responsabili perché nascono in una comunità che ha perduto la sua integrità: ciò non è avvenuto per loro colpa, non è avvenuto per nostra colpa, ma sarebbe una nostra colpa non prendere atto del problema e non dare il nostro contributo al risanamento della comunità di cui siamo parte.
A Gerusalemme, nell’area del museo di Yad Vashem, dedicato alla memoria della shoa’, c’è un giardino con tanti alberi. E’ chiamato Giardino dei giusti, perché ognuno di quegli alberi porta un’iscrizione con un nome ed è dedicato ad uno degli uomini giusti, di quegli uomini e quelle donne, non ebrei, che si prodigarono per salvare gli ebrei dalla morte nei campi di concentramento. Anche 500 italiani hanno il loro albero lì. Comportarsi da uomini giusti è certamente difficile: sotto un regime totalitario comporta gravissimi pericoli, ma anche ai nostri tempi è complicato e non solo perché tante volte significa mettere in secondo piano i propri interessi egoistici ma soprattutto perché un dubbio ci assale ogni volta che ci proponiamo di comportarci da uomini giusti: “Sì va bene” diciamo a noi stessi, “se faccio questa cosa e non faccio quell’altra, starò pure in pace con la mia coscienza, ma dopotutto che cosa cambierà? Che cosa cambierà concretamente, visto che tanti altri, un’immensa maggioranza continueranno tranquillamente a rubare, a truffare, a inquinare, a esercitare violenza e prepotenza?” E’ la riflessione elementare che qualche settimana fa correva sulla bocca di un contadino di una terra dove forse si sta consumando un nuovo genocidio, un genocidio e un ecocidio, la terra che chiamano “terra dei fuochi”. Questo contadino, in cambio di denaro, aveva lasciato interrare dei veleni nel suo terreno e all’intervistatore diceva: “se non l’avessi fatto io, l’avrebbe fatto certamente il mio vicino, avremmo avuto ugualmente questi rifiuti tossici qui sotto e i soldi se li sarebbe presi lui”. Ci chiediamo: è possibile un altro punto di vista, un punto di vista che forse non sarà mai adottato da quel contadino cinico e ignorante, ma che forse potrebbe conquistare dei giovani ancora integri nell’animo? Sì, c’è, e anche stavolta lo troviamo nel libro che condividiamo con gli ebrei. Nella Bibbia si racconta la storia di Sodoma e Gomorra, due città dominate dalla peggiore corruzione ed empietà. Dio decide perciò di distruggerle, ma Abramo insinua un dubbio nella mente del Signore: “e se a Sodoma ci fossero cinquanta giusti, faresti perire quei giusti insieme agli empi”. E Dio si convince di ciò che dice Abramo e alla fine gli promette che se a Sodoma si troveranno anche soltanto dieci giusti tutta la città sarà risparmiata. A Sodoma, i dieci giusti non c’erano e quindi fu distrutta, ma il punto è un altro: su quale principio di giustizia si basa qui la promessa divina? Se ci pensate bene questa promessa è piuttosto sconcertante, perché noi ci saremmo aspettati che Dio dicesse: “se si troveranno dieci giusti li salverò e farò morire tutti gli altri”. Perché invece la presenza di dieci giusti dovrebbe rendere tutta la città meritevole di salvezza? Perché dopo aver deciso di castigarli, Dio dovrebbe salvare gli empi per un merito che non è loro? Quale è la logica, quale è questo punto di vista che non ci è familiare, ma che potrebbe essere assai importante considerare? Si tratta di questo: se in una comunità si trova anche una piccola minoranza di giusti, dato che il giusto di solito è uno che, come si dice, non si fa i fatti suoi, non volta il capo dall’altra parte, non attacca il ciuccio dove vuole il padrone, allora questa minoranza può essere capace di incidere positivamente sui malvagi e sulla comunità tutta! E’ un punto di vista, quello che ci suggerisce il racconto biblico, che io credo valga proprio la pena di adottare se vogliamo cercare di migliorare un poco questo mondo e soprattutto se vogliamo evitare che i genocidi possano ancora accadere!
Questo articolo nasce come lezione tenuta da Angelo Imbriani, docente di storia presso il liceo Coletta di Avellino, nonché storico della Resistenza, agli alunni del liceo scientifico di Montella che lo hanno invitato in occasione della giornata della Memoria.

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