Cracovia o della rinascita

Non so cosa mi aspettassi di trovare a Cracovia. Amo viaggiare, come tutti. A volte si scelgono mete a caso, dando per scontate certe cose. Nel caso della Polonia, immaginavo un paese senza una vera identità, da pochi anni libero dal giogo comunista. In Russia, spingendomi fino ai paesi dell’Anello d’oro, avevo visto città e paesi che Cracovia avrebbe potuto ricordarmi, sia per il clima che per il cibo. Insomma, pensavo a bar storici, al legno vecchio, ai quadri con i ritratti di Chopin, alla 'Dama con l’ermellino' di Leonardo e a poco altro. Invece ci accoglie una città allegra e nuova. Ricca di luce, nonostante la pioggia battente e il clima instabile, con piccole locande dove si può mangiare, con poco, dell’ottima carne. Le ragazze sono uno spettacolo. Belle, asciutte, longilinee. Poco male che i cartelloni pubblicitari inneggino allo stile mediterraneo: il biondo autoctono dei loro capelli è splendido. Di sera si susseguono, in Piazza del Mercato, spettacoli di mimi e musica. Vanta duecento metri per lato, questa piazza, ed è la più grande d’Europa. La cattedrale di Santa Maria merita una visita all’interno, perché è spettacolare. La Grodzka, via elegante che porta al castello, non ha griffes da mostrare, ma in vetrina brilla l’ambra, in tutte le salse. Carrozze bianche portano in giro i passanti, tutto è di un’eleganza semplice e misurata. Molto verde, piante, aiuole curate. Si dorme spendendo poco, anche meno di quindici euro a notte a persona. Il nostro b & b è senza pretese, al secondo piano di un vecchio palazzo del periodo russo. Si sale lungo scale scricchiolanti, sembra di essere nel quartiere del Kgb. Ma è comodo, centrale. Per molte sere abbiamo mangiato da Morskie Oko, ristorante tipico a pochi metri dalla Piazza del Mercato: grande cucina con specialità polacche, ottimi pierogi, i loro squisiti ravioli, vino spagnolo, birra deliziosa. I polacchi sono gentili, riservati, ricordano lontanissimamente i portoghesi, perciò mi piacciono. Non sono estroversi, rumorosi. Sembrano piuttosto saggi e molto, molto dignitosi. Hanno sofferto come pochi, sono stati schiacciati e invasi, la loro comunità ebraica è stata distrutta. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, nel quartiere di Kazimierz, sembra di sentir risuonare i passi delle SS: 65.000 persone strappate alle loro case, ai propri affetti. Poi sono arrivati i russi e si sono presi la loro anima, tutta intera, almeno finché Giovanni Paolo II non ha gridato quel suo ‘non abbiate paura’ alla folla, invitando a una rivoluzione non solo evangelica. In aeroporto un prete polacco dal largo sorriso ci ricorda il discorso tenuto da quel Papa a Varsavia: era l’inizio di un cambiamento, era già rivolta, con qualsiasi mezzo. In Polonia adorano Giovanni Paolo, si capisce bene perché. La vera rinascita è però storia recente, questo si avverte in certi volti incrociati in strada, nello sguardo della guida che ci accompagna a Auschwitz e Birchenau. Piove a dirotto, siamo senza ombrello. Le scarpe si imbrattano di un fango che fatica ad andare via, una volta tornati all’albergo. Sembra mischiato con particelle miste a cenere. Milioni di persone uccise, tonnellate di capelli adoperati per fabbricare calzini per le Ferrovie tedesche; il grasso dei cadaveri usato per i saponi, su cui c’era inciso ‘puro grasso ebreo’. Si trovano ancora ossa, nei campi, a Birchenau, e le baracche bruciate ci ricordano che si moriva di tifo e infezioni terribili, oltre che di fame. Poi arrivarono i 'liberatori' (si fa per dire) e quindi i gulag in Siberia: Hitler e Stalin, stesse facce di una medesima medaglia. Solo che Stalin e i suoi proseliti hanno schiacciato i polacchi sotto al loro tallone di ferro per un cinquantennio. Però il tassista che ci accompagna all’aeroporto ha uno sguardo mite e buono, ci parla in spagnolo perché così ci capiamo, e ci indica le belle case della periferia, le villette col giardino. Nuove costruzioni per famiglie benestanti, spesso ebree, che vogliono lasciarsi dietro le spalle tutto l’orrore degli anni passati. Ma in Polonia serve tempo, altro tempo ancora, per ricominciare davvero. Torniamo in Italia straniti e commossi, con dentro un profondo senso di rispetto nei confronti di un popolo e di una terra protagonisti di una vicenda che, come è scritto ad Auschwitz, non dobbiamo dimenticare mai perchè: “Chi non conosce la propria storia / è costretto a riviverla”.

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