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Che Franco Arminio sia un paesologo lo so. Ma non mi sono mai chiesta cosa significhi esattamente questo termine. Ho proprio deciso di eludere quell'esattamente di cui, in genere, sono preda nei miei giri mentali. Ci sono risposte che arrivano da sole, che senti di pancia e che sono così poco relative da diventare, poi,'le' risposte. Nel leggere il suo 'Stato in luogo'(transeuropa edizioni, 117 pagg.), mi è sembrato chiaro che scrittura-luogo-origine-corpo, sono una sola cosa, per questo paesologo-onnivoro-poeta. Tanto che ti affezioni ai suoi versi, così diretti, onesti, anche fastidiosi. "Gli scapoli qui sono davvero tanti. non dormono all'aperto sui cartoni. stanno con le mamme. comprano frutta (...) uno è fermo come un bassorilievo, un altro ha grossi chiodi nelle vene. dietro il vetro del bar c'è uno che fa un respito ogni tre giorni". C'è il qui, il paesaggio intorno; il paesaggio umano, le madri, la solitudine, il vento forte che 'sparpaglia pure le ossa dei morti'. Il dolore degli anziani, i viaggiatori ipocondriaci (io porto in gita la morte del mio corpo), le domeniche d'inverno, quelle passate davanti ai bar, o dal medico. L'osservatore che guarda - e che è osservato - mangia ed è mangiato dal tempo, dal paese, dalla gente che mangia - a sua volta - il tempo/dramma che le è concesso. E avanza, il poeta, seguendo invisibili crepe sui muri, solchi della mente, col pensiero che frana nelle meningi: osservare è 'la' malattia. "Se ti siedi su una panchina puoi trovare una vertebra una vecchia sciarpa un occhio. è il paese che ti offre la sua fine". Cosa resta, se non una piccola traccia? Cosa resta, se non la fine? "Le vecchie si svegliano presto per tenere pulita la casa. la sera hanno sopra il tavolino un pezzo di scamorza una mela, mezzo bicchiere di vino".

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